Dall’io al noi nel micro e nel macro

Giovedì 10, venerdì 11 e sabato 12 marzo scorsi ho partecipato al Convegno organizzato da Animazione Sociale a Torino, dove ci siamo incontrati in ottocento intorno al tema “La Città del noi, per una politicità dei desideri nel lavoro sociale”.
Fermarsi a riflettere, ad ascoltare, ed incontrare altri intorno ad argomenti cari fa sentire nel mondo e fa sentire il mondo. Incapsulati ogni giorno nei nostri gironi, rischiamo di dimenticare i perché che sono alla base delle nostre scelte e, un po’, anche noi stessi, alla base di noi.
Mi ero iscritta senza scegliere il tema. Sarei andata comunque. Mi fido di Animazione Sociale, mi piace Torino, avevo molta voglia di un piccolo viaggio.
Il tema l’ho scoperto pian piano, ora dopo ora, e mi sono appassionata.
Dei due lavori in sottogruppo ho molto apprezzato il primo, in cui il metodo autobiografico è apparso come pratica tra le pratiche, dalle quali partire per il confronto.
Come passare “dall’io al noi” nel metodo autobiografico?
Sono emersi i seguenti ingredienti: l’ascolto paziente, l’approccio empatico, l’essere insieme in una occasione scelta, organizzata, intenzionale, insomma.
Scrivere una storia collettiva attraverso la storia di ciascuno.
A casa, proseguo la riflessione e mi viene in mente che questo “dall’io al noi” può essere applicato anche ad altre due categorie, oltre che alla città, ovviamente partendo proprio dal significato metaforico che il riferimento suggerisce.
Primo, lo posso applicare ad ogni microsistema, per esempio alla Casa di Riposo dove lavoro.
In quella Casa, come in ogni comunità, è molto, molto forte l’aspetto delle individualità. Ci vivono molte persone, ciascuna delle quali ha bisogni, motivazioni, pensieri, rappresentazioni, azioni, una storia.
E ciascuna persona è forte nel provare e nell’essere tutto ciò.
Se la mission di una comunità , però, è quella di vivere insieme, occorre per forza trovare la strada per scrivere una storia di tutti, una storia collettiva.
Per forza, se non si vuole creare un sistema malato, ovvero pieno di individualità che, implicitamente o esplicitamente, si scontrano ed incontrano in ogni momento, ma lo fanno solo a nome dell’io di ciascuno.
Stranamente, questo lavoro di scrittura, di definizione di una storia comune, a partire da quella di ciascuno, si coltiva molto poco.
Si scrivono progetti, regolamenti, carte di servizio, ma non proprio la storia, non proprio una fotografia di tutti. O, lo si fa senza consapevolezza. Senza intenzionalità.
Ecco che, allora, ci può venire incontro la narrazione autobiografica, che, condivisa, è proprio quella scrittura. La narrazione può avvenire attraverso la scrittura, ma anche la fotografia, l’arte visiva, la drammatizzazione, i viaggi e i loro diari, gli eventi e il loro racconto.
Ma, tutto, in un progetto, appunto, con intenzione.

Ecco, questo è il micro.
E, poi, c’é il macro.
Perché non applicare la teoria del “dall’io al noi” anche ad un macrosistema che più macro di così non si può e che si chiama mondo?
“Ho visto un posto che mi piace, si chiama mondo” canta Cesare Cremonini, la citazione non è colta, ma è appassionata.
E’ nel-mondo che viviamo e, mai come oggi, anziché alzare muri e difendersi con barriere, occorrerebbe pensarsi diversi da prima, ovvero insieme.
Lo stato sovrano non esiste più e, come dice Bauman, la società di oggi è liquida. Conviviamo già tra stranieri, e, forse, per andare avanti, oggi occorre uscire da questa categoria.
Abitiamo il mondo, lo abitiamo già, non siamo più divisi. Perché, allora, non costruire, a poco a poco, questa nuova storia?
La paura ci obbliga a difenderci e, spesso, è dettata dalla non conoscenza. Lo straniero è strano, prima di tutto. Allora, lavoriamo alla familiarità, che è fatta di incontri, chiacchiere, foto, eventi, scritture condivise. Affinché fra tanti anni si possa vivere in pace.
O meglio, affinché, fra tanti anni, si possa vivere ancora.

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