Joker

No, non è un film sul sistema che respinge il diverso e che muore per sua stessa mano.
Non è un film sulla prigionia della mente e sulla liberazione.
Non è un film sui bambini tristi o sugli adulti infelici, né un film sull’ipocrisia del benpensante e sul desiderio di riscatto di chi è più povero.
Secondo me è un film sulla follia.
Sulla follia e su come la follia possa sfiorare la ragione più di quanto ci piaccia pensare.
Arthur è matto, ma dice cose vere.
Arthur fa ciò che una persona normale farebbe, ma non fa, senza nemmeno immaginare di volerlo fare.
Quando lo picchiano, nei due pestaggi mai innocenti, ciascuno di noi vorrebbe difenderlo ferocemente e il fatto che ferocemente reagisca lui è un sollievo perché così, il matto è lui e non noi.
La folla può indossare maschere, lui è la maschera.
Il passaggio tra la depressione buona e la scelta di reagire da cattivo, però, è tecnicamente troppo veloce e la pistola data per imbroglio dal finto amico si salva solo se diventa il simbolo della realtà che può essere un giocattolo o un arnese di morte a seconda di come ce la si racconta.
A seconda se decidiamo che sia tragedia o che sia commedia, come dice lui.
Non mi convince attribuire a quest’opera significati sociologici o pedagogici, credo che questo film sia solo la descrizione della pazzia dal punto di vista del pazzo, ma, da sola, questa cosa vale l’Oscar.
Joaquin Phoenix è un attore che, come De Niro (o Nicholson) diventa ciò che interpreta e, in questo modo, porta la mente dello spettatore nel passaggio sotterraneo da realtà a finzione, che è la vera magia del cinema.
In questo senso sì che è un capolavoro.
Non mi convince il finale, non l’ho capito, ma se non mi oppongo e mi lascio trascinare, rinunciando a risolvere l’angoscia della visione, è un finale che mi trasporta, definitivamente, nella testa del matto.
E a quel punto comprenderne il significato non serve più.
E a quel punto è solo Joker.

 

 

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E tu digli che ci vai lo stesso

Sono in spiaggia, finalmente in spiaggia.
Non in ufficio, in un colloquio, in una scuola, a cantare con gli anziani, a far ballare le maestre; sono in spiaggia, finalmente in spiaggia.
La mia testa, libera dal lavoro, alterna pensieri spazzatura, che mi partono incontrollati ogni volta che freno e mi fermo, a idee nuove.
Quando le vacanze durano un po’ le idee nuove fioriscono e generano giardini. Se i giorni sono cinque, come questa volta, percepisco solo piccoli lampi di luce che schiariscono il buio del tunnel quotidiano, e li conservo, preziosi.
Come piccoli semi che porto a casa per coltivarli in serra.
Esco dall’acqua, dalla magnifica acqua di mare maremmano, limpida e fresca. Esco dall’acqua e mi imbatto in una bambina che grida ad un coetaneo: “Giovanni, per favore, posso venire sul materassino con te?”.
Io sono esattamente in mezzo, tra i due, ma anche se fossi stata a cento metri avrei colto la frase perché la mia curiosità per la comunicazione umana è diventata mostruosa.
Giovanni, il coetaneo, risponde di no. Un no secco, spietato, sordo. Senza spiegazioni, ne incertezze.
È un no che arriva a me, in linea d’aria, prima ancora che alla bambina, è un no che mi colpisce, a tal punto da girarmi e farmi intervenire.
Le dico: “E tu digli che ci vai lo stesso”.
Capisco subito che ciò che ho fatto potrebbe essere un disastro pedagogico o una preziosa sollecitazione biografica generativa, ma la frittata è fatta. È vita, non teoria.
La bambina mi guarda, spiazzata.
Io continuo la salita verso la sabbia, spiazzata a mia volta da me stessa medesima e sto attentissima a non voltarmi più.
Con la coda dell’occhio, però, controllo ciò che accade dietro di me, come in un giallo.
La bambina, dopo qualche attimo, a passi rallentati dall’acqua e dallo spaesamento, raggiunge l’amico.
Li perdo, non voglio voltarmi, non so cosa sta accadendo. Si spegne la luce.
Raggiungo l’asciugamano, mi sdraio e, a quel punto, guardo e, come nel finale del film che si riaccende, vedo il fotogramma che conclude la trama.
La bambina è sola, sdraiata sul materassino, e lentamente, pagaiando con le braccia, va verso il largo.
Non c’è la musica e, così, non so se il the end è felice o disperato, ma propendo per la prima ipotesi.
Molto probabilmente ci sarebbe arrivata da sola, un po’ mi rincuoro e non mi importa avere avuto anche un minimo di merito. Sono contenta, forse non ho fatto un guaio.
Ciò che avverrà, questo però lo so, è che il mio intervento, almeno per me, è destinato a restare.
Come una alternativa, come un’altra possibilità, come una terza via che ci si può parare davanti se scartiamo il pallone mentre ce lo stanno portando via.
“Magari non con te, ma con il materassino sì, anche perché era quello che desideravo”.
È una consapevolezza che si raggiunge a cinquant’anni, ma io auguro a tutte le femmine di comprenderlo molto, molto tempo prima.
Per evitare che i sensi di colpa e le rinunce ti impediscano di salpare e di navigare.
Per tracciare la tua rotta, per cercare il tuo nuovo mondo.
Ma, soprattutto, per non restare a riva mentre il tuo principe azzurro sparisce all’orizzonte.

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Sanremo 2019

Alla fine, hanno vinto i giovani e chi rappresenta l’Italia più popolare che c’è. Forse, all’una di notte, è rimasto sveglio a votare solo chi ce la fa e chi ci crede, anche se i critici e la Sala Stampa hanno premiato l’eccellenza.

Lo spettacolo, quest’anno, si è rivelato molto debole, con comici che fanno un lavoro che non è il loro, anche bene, ma che non è il loro.

La direzione artistica di Baglioni è da premiare, capace di scegliere con professionalità e coraggio, bravo.

Berté e Pravo (con la P) grandi personaggi, i gruppi fantastici, Renga e Nek strafighi, i giovani eccezionali, qualche brutta canzone, ma, in complesso, bella musica, cantata e suonata bene.

Cinque sere mi sembrano sempre troppe, pur appassionata e resistente fino all’ultimo quale sono. Soprattutto la serata dei duetti, anche se curata, rompe un po’, anche dal punto di vista della memoria uditiva che, mentre si sta affezionando ai brani, deve scontrarsi con variazioni difficili da godere.

In complesso, il Festival è un evento positivo. Dà l’opportunità di mostrare lavori e capolavori di un mondo che solitamente si muove per sezioni, per categorie e che, una volta all’anno, si deve confrontare.

È musica leggera, ovvio, ma così leggera, che ci fa sognare.

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Schwarzenegger’s time

Navigator.
Si chiameranno navigator gli operatori che, dal mese di aprile 2019, aiuteranno i disoccupati o inoccupati con reddito annuale inferiore a 9.360 euro, residenti in Italia da almeno 10 anni e in possesso di diploma se in età dai 18 ai 25 anni.
I navigator dovranno, nel tempo dei 18 mesi previsti dal reddito di cittadinanza, fare a questi poveri assoluti TRE proposte di lavoro, dopo le quali, se non accettate, il reddito terminerà A VITA.
I diciotto mesi non sono prorogabili, ma non si capisce se, ricevendo una sola proposta e magari non accettandola in attesa di una migliore, tutto andrà comunque a finire perché il tempo scade oppure no.
Ogni navigator seguirà dalle 100 alle 150 persone e, in questo senso, dovrà, in diciotto mesi, individuare almeno 150 proposte di lavoro.
Se si moltiplica questo numero per il numero di persone che chiederà questo aiuto (cifra indicata in cinque milioni) dovranno spuntare fuori dal cappello circa 5 milioni di posti di lavoro.
Come si usa dire oggi: “DI COSA STIAMO PARLANDO!?!”
Le ipotesi sono due: la prima è la moltiplicazione dei pani e dei pesci e per i miracoli stavamo intercedendo anche prima del governo attuale.
La seconda è la possibilità di un intervento fantastico e cinematografico alla Arnold Schwarzenegger.
La finzione serve a questo, ma il problema è che, in questo nostro tempo, ciò che è fiction, se dichiarato e pubblicato diventa immediatamente real.
Se dico che faccio una cosa, posso farla. Se la dichiaro è già fatta.
La cosa seria è che su questi presupposti milioni di italiani hanno espresso il proprio voto, con il vantaggio che, a differenza dei televoti, era anche gratis.
Se le cose andranno come è ragionevole supporre, temo che lo share sarà bassissimo.

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Senza fine

Come funghi dopo la pioggia a fine agosto, il giorno dopo l’weekend di Halloween sono spuntati i panettoni negli scaffali dei supermercati .
E’ presto! Tutti esclamano, ma la ruota gira ugualmente.
Dopo la Festa di Ognissanti incomincia il Natale, dopo il Natale incomincia il Carnevale, dopo il Carnevale la Festa del Papà, poi la Pasqua e poi la Festa della Mamma e così via.
Non c’è pausa, non c’è riposo, non c’è ristoro.
La linea del tempo è continua, senza più punti, né virgole, è piatta.
Invece, il Tempo è un’altra cosa, è caos, è disordine, è rimpianto, è incomprensione, è vuoto, è tutto quello che sentiamo, misurandoci con il calendario, con l’orologio, con le agende che dettano la legge che noi cerchiamo di aggirare.
Nelle feste e nelle vacanze, poi, il rischio è di prendere appuntamenti come se fossero di  lavoro e, il lunedì mattina ritorna come su di un nastro trasportatore.
Allora?
Allora, basta.
Svuotiamo, liberiamo, fermiamo.
Anche se è difficile, anche se sembra impossibile.
Mettiamo in agenda il tempo vuoto, cosa ne dite?

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I papà con la carriola

Molti sono i papà che spingono passeggini, tengono a mano bambini scalpitanti o seguono figli che scappano per la via. Molti più di prima. Mamme che lavorano, cultura che cambia, a beneficio di tutti.
Stamattina, era divertentissimo guardarne alcuni.
Primo papà: spinge passeggino mentre chatta al cellulare. Sguardo illuminato da luce Fled, mano destra che spinge, camminata adeguatamente lenta, traettoria incerta.
Secondo papà: spinge passeggino come se fosse carriola, braccia larghe, gambe pure, sguardo verso orizzonte, pensieri al lavoro.
Terzo papà: spinge passeggino, vuoto, rincorrendo bambino sfuggito come se fosse un bersaglio, sguardo terrorizzato, fronte perlata.
Fanno troppo ridere.
Certo, non sono tutti così, anzi, potrei essere incappata in tre eccezioni e adesso scrivo a vanvera, ma quei tre facevano troppo ridere.
E che sia proprio questo il loro ruolo?
Divertire?
Sdrammatizzare?
Alleggerire?
Io credo che ci possano riuscire benissimo, ammesso che il nostro sguardo, di donne, sia divertito e intenerito e non arrabbiato e recriminatorio.
Il fatto che una volta i papà fossero severi e a loro era destinato il ruolo di cattivi e di giusti, lontani da casa perché spingevano una carriola mentre noi stavamo con i bambini, non conta più.
Ora è compito di tutti cambiare.
Chi siamo noi (donne) e chi sono loro (uomini) nel compito educativo è tutto da riscrivere.
Occorrono alleanza, dialogo, comprensione, ma, sicuramente, tanta ironia.
Ridere potrebbe essere la nostra salvezza.

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Viva Tallinn

Partire per le vacanze significa interrompere il flusso quotidiano e, letteralmente, sospendere l’attività.
L’esito di questa operazione può essere positivo, perché si stacca, ci si riposa, si recupera energia, si guardano le cose da fuori, ci si diverte, ma anche negativo, proprio perché vengono a mancare i riferimenti che ciascuno ha nella sua vita di tutti i giorni.
Se l’equilibrio personale è fragile, la vacanza può destabilizzare, portare i nodi al pettine, togliere sicurezza e seminare disordine nelle relazioni, perse nel tempo vuoto.
Proprio per questo, solitamente, la vacanza viene riempita di tutto ciò che può tenerci in piedi: sicurezze, punti di riferimento, attività come se fossero lavoro.
Lo sanno bene gli operatori turistici, chi organizza i tour, le crociere, i viaggi organizzati.
Il cliente, il turista, non deve sentirsi perso nel tempo nuovo e diverso che ha, ma circondato di elementi che lo facciano sentire bene.
Familiarità, cibo, movimento, orari prefissati, accudimento e custodia.

Tutto questo, se il viaggio è fai-da-te, viene cercato e definito da soli e la cosa interessante è accorgersene.
L’hotel, la casa in affitto, la roulotte o il bungalow che si affittano diventano casa nel momento in cui li riempiamo dei nostri oggetti. La mensola in bagno, il comodino, l’armadio, la cucina.
Il custode del villaggio, chi sta nella reception della pensione, l’host dell’Aribnb, il cameriere del ristorante, sono i genitori che ci danno alloggio e ristoro e che si prendono cura di noi.
In vacanza, anzi, si ha la possibilità di essere serviti (e riveriti, direbbe mia nonna) e questo aumenta il piacere che lo stacco dà.
Questa estate sono stata nei Paesi Baltici, in un viaggio itinerante nelle tre capitali, ma anche nelle bellissime località costiere, isolane e contadine che questi Paesi offrono e sono stata benissimo.
Cibo ottimo, letti comodissimi, pulizia, ordine, tranquillità e quiete uniti a vivacità, movimento e sensazione di progresso.
Cosa si vuole di più da un luogo, da un paese?
Non abbiamo mai trovato degrado. Abbiamo incontrato povertà, soprattutto nelle periferie ex sovietiche dove è chiaro che non ci sono i soldi per riparare niente e le case sono tutte storte e consumate dal tempo, ma degrado mai.
Non abbiamo incontrato disagio, perlomeno apparente ai nostri occhi.
Ci sono molti venditori di fiori e di frutta che, evidentemente, chiedono la carità dell’acquisto per potere sopravvivere, ma lo fanno operosamente e dignitosamente.
I Paesi Baltici sono denominati tigri proprio per lo scatto di sviluppo che stanno vivendo (Pil in forte crescita e debito pubblico molto basso) e questa aria si respira quasi dappertutto.
I giovani, molto molto giovani, lavorano ovunque, con facilità e questo ti fa sentire circondato da impeti ed entusiasmi che galvanizzano.
I turisti sono trattati con moderazione, non con il calore che contraddistingue i popoli del Mediterraneo, ma è tutto organizzato in modo che funzioni, dai mezzi pubblici ai servizi di tutti i generi.
Insomma, nei quindici giorni in cui ho staccato, non solo ho potuto conoscere terre e popoli diversi, sono anche riuscita a prendere una boccata d’aria di educazione civica e di voglia di crescere che, in Italia, non stiamo più respirando da tempo.
Perché non provare a cambiare atteggiamento? Basta polemiche, lamenti, accuse, minacce e basta pensare solo a sé e ai propri interessi. Curare la cosa pubblica, contribuendo in modo personale nel rispetto di leggi rispettose fa stare bene, molto bene.
L’unica sera in cui non riuscivamo a prender sonno perché sotto casa c’erano persone che parlavano ad alta voce  pur essendo orario notturno, parlavano in italiano.

Perché non possiamo cambiare (e progredire) anche noi?

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No, grazie

C’è un fenomeno a cui sto assistendo in questi giorni che mi inquieta.
Si tratta delle reazioni, feroci ed agguerrite, contro chi manifesta a favore dei migranti.
Sui social e per la strada, chiunque dica: “Restiamo umani”, “Apriamo i porti”, “Salviamoli” riceve insulti al grido di: “Portateli a casa tua”.
Per riflettere su questo fatto, tanto diffuso e problematico da rendere necessario più di un pensiero, occorrerebbe incominciare ad impostare meglio la questione.
Come si direbbe in questo tempo: “Di che cosa stiamo parlando?”.
Del disagio accumulatosi per anni dei cittadini costretti a subire politiche di accoglienza basate sugli interessi di potere e di denaro anziché centrate sui bisogni delle persone, oggi esplose al grido di “E’ finita la pacchia” e “Prima gli italiani” o delle morti in mare?
Stiamo parlando della necessità di organizzare il fenomeno migrazione al fine di costruire una buona e giusta integrazione o del fastidio che ci danno persone nere e povere che bussano alla nostra porta?
La questione è “occorre aiutarli a casa loro” oppure “ci sono persone di serie A e persone di serie B che meritano meno delle altre di essere salvate se in pericolo di morte e, sostanzialmente, di vivere?
È importante capire quale è il problema perché ci permetterebbe di comunicare cosa pensa ognuno di noi di ciò che sta SOTTO la drammatica vicenda che stiamo vivendo.
Sì, perché non tutti gli abitanti dei luoghi più esposti e più invasi la pensano allo stesso modo. Non tutti gli italiani, “penalizzati” da disaccordi europei, hanno la stessa opinione.
Non tutte le persone che hanno bisogni economici e sociali ritengono che prima degli africani c’è qualcun altro da aiutare.
Come dire, siamo TUTTI nella stessa barca (e la metafora grida vendetta), ma non tutti gridiamo “E’ finita la pacchia” o “Prima gli italiani”.
Perché?
Forse perché dipende dal concetto, che ognuno di noi ha, di umanità.
C’è chi pensa che esistano uomini e uomini e che, a seconda del colore della pelle o della provenienza, o dello stato di benessere economico, o della religione, o del genere a questo punto, si valga di più o si valga di meno.
E c’è chi non pensa questo.
C’è chi pensa che per potere ottenere una migliore politica organizzativa europea a proposito di accoglienza, valga la pena gridare, picchiare il pugno sul tavolo, irrigidire le posizioni, chiudere i porti e non importa se ci sono persone che muoiono perché ne vale la pena.
E chi non lo pensa.
Dire a chi esprime un’opinione contraria alla chiusura dei porti “Prendili tu a casa tua” significa, io credo, essere dell’opinione che i migranti NON devono venire in Italia e NON devono essere accolti.
A prescindere.
Perché questo?
Perché non si dice la stessa cosa di chi migra, ma è cinese o svizzero?
Forse perché non è nero e non è povero?
Allora, danno fastidio le persone che chiedono aiuto senza darti niente in cambio (in termini economici), non sono tollerate le persone che appaiono inferiori ancora oggi, per il colore della pelle e per i tratti somatici e non si vuole vicino a sé, come da sempre, chi non ha soldi e ne chiede.
Diciamoci questo.
Poniamo la questione apertamente in questi termini.
Perché chi crede che queste persone siano uguali a noi in termini di diritti, considerandole il prossimo tuo come sé stesso si sta esprimendo con gentilezza e con pudore, mentre chi accetta che muoiano come se non fossero uomini, donne e bambini al pari delle proprie sorelle, dei propri genitori e dei propri figli gridano e insultano?
Forse, è sempre stato così?
Che chi, evidentemente, esprime pensieri negativi e ingiusti, ha bisogno di gridare?
Forse, così come considerano loro, i migranti, esseri inferiori, pensano che lo siano anche le persone che non hanno la loro stessa opinione?
Voglio esprimere il mio: NO, GRAZIE.
Io NON voglio che ci siano morti per convincere l’Europa, io NON credo che valgano meno dei nostri parenti, io NON penso che ci debbano essere frontiere che uccidono e NON ritengo che qualcuno possa avere il diritto di non soccorrere.
No, grazie.
Senza pensare che l’opinione contraria abbia diritto di essere taciuta o soffocata.
Voglio capire, ascoltare, ma mettendo alla base alcuni principi irrinunciabili.
 
Salvare chi è in pericolo.
Permettere a tutti di cambiare in meglio la propria vita.
Credere che tutti gli uomini e le donne di questa terra abbiano gli stessi diritti.
Ritenere che il valore delle persone non dipenda da quanto denaro possiedono.
 
Confrontiamoci su questo.

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Rondini

Sono le rondini la prima cosa che ho pensato potesse rappresentare mio papà, che non c’era più.
Fino a quel momento era morto e basta, piangevo e basta, ero inconsolabile e basta.
Poi, un giorno, uscendo di casa, due rondinelle mi hanno sfiorato planando su di me e volando via.
Ecco, “Forse sei tu” mi sono detta e, per la prima volta, ti ho sentito ancora vivo.
È il locus, dicono gli esperti, il luogo dove devi mettere chi scompare, per potere elaborare la sua mancanza.
Non è più fuori, a poco a poco deve diventare dentro, ma un fuori è necessario, è la tomba sulla quale piangere, ma anche la vita che si reincarna, per continuare.
Qualche giorno dopo, ho visto mio papà in un bimbo che si chiamava come lui e che, con il suo sguardo intenso, mi osservava.
Ma non vediamo chi non c’è più ovunque, in qualsiasi luogo, indistintamente. Quella persona lì è nei luoghi cari a quella persona lì, ognuno ha i suoi luoghi cari e, anche in vita, è in quei luoghi cari.
Mio papà era (ed è) nella natura, nelle montagne nelle quali lo vedono i miei fratelli, nell’oceano nel quale lo vedo io.
È negli occhi dei bambini, quando sono seri o quando ridono e sembrano grandi. È nelle loro espressioni divertite e curiose, quando si scherza, come faceva sempre lui.
Questa è la consolazione.
C’è angoscia nel rimanere soli, certo restiamo tra coetanei, ma non sempre basta.
Un pezzo profondo deve essere ripescato, deve rimanere, non possiamo fare a meno di lui, di questa radice che affonda, nella Terra, e che non si vede, non si vede più, ma se non c’è caschiamo.
Questa Radice oggi non la vedo solo nel suo significato di Storia, la vedo anche nel suo Significato di sostegno, di linfa, di collegamento con il profondo.
Io sono i miei rami, la mia corteccia, le mie foglie, ma sono anche la mia Radice e non sono solo io ad esserlo.
La mia radice è tutto ciò da cui provengo e verso dove io stessa andrò.
Noi siamo alberi collettivi, piantati nella stessa Terra, che guardano lo stesso Cielo.
È solo questo pensiero che mi toglie la paura, insopportabile, di rimanere sola, nel vuoto, mentre vi guardo partire.

Voi, rondini, che anche quando non vi vedo più so che ad ogni primavera ritornerete da me.

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Auguri papà

Non ci sei più da un anno, o meglio, un anno fa ti portavo l’ultima torta, piccola, carina, con scritto “I love papà”.
Oggi, sicuramente, sei più felice, io meno, ma ti ho nel cuore.
Ci ho messo tanto, non ho finito, a spostarti dal fuori al dentro.
Per me sei ancora in viaggio, io sono in viaggio.
Papà, viaggiare ti piaceva molto, ti piaceva andare in giro, curiosare, guardare, leggere, capire, parlare con la gente.
Ti immagino così, ora.
Ti immagino che vai in giro, che curiosi, che guardi, che leggi, che capisci, che parli con la gente.
Mi manchi immensamente, so che, per quello che puoi, ci aiuti.
Mi sento un puntino piccolo, tra i milioni di puntini piccoli a cui è morta una persona cara.
Ogni dolore è immenso, ogni pianto inconsolabile e questo mi meraviglia.
Mi meraviglia quanto ogni piccola storia sia grande come l’Universo, ma è proprio questo Universo che ci può aiutare a starci dentro, a diventare più grandi del nostro dolore.
Ciao papà, di tutto questo avrei parlato con te.
Oggi, di tutto questo parlo con te.

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