I papà con la carriola

Molti sono i papà che spingono passeggini, tengono a mano bambini scalpitanti o seguono figli che scappano per la via. Molti più di prima. Mamme che lavorano, cultura che cambia, a beneficio di tutti.
Stamattina, era divertentissimo guardarne alcuni.
Primo papà: spinge passeggino mentre chatta al cellulare. Sguardo illuminato da luce Fled, mano destra che spinge, camminata adeguatamente lenta, traettoria incerta.
Secondo papà: spinge passeggino come se fosse carriola, braccia larghe, gambe pure, sguardo verso orizzonte, pensieri al lavoro.
Terzo papà: spinge passeggino, vuoto, rincorrendo bambino sfuggito come se fosse un bersaglio, sguardo terrorizzato, fronte perlata.
Fanno troppo ridere.
Certo, non sono tutti così, anzi, potrei essere incappata in tre eccezioni e adesso scrivo a vanvera, ma quei tre facevano troppo ridere.
E che sia proprio questo il loro ruolo?
Divertire?
Sdrammatizzare?
Alleggerire?
Io credo che ci possano riuscire benissimo, ammesso che il nostro sguardo, di donne, sia divertito e intenerito e non arrabbiato e recriminatorio.
Il fatto che una volta i papà fossero severi e a loro era destinato il ruolo di cattivi e di giusti, lontani da casa perché spingevano una carriola mentre noi stavamo con i bambini, non conta più.
Ora è compito di tutti cambiare.
Chi siamo noi (donne) e chi sono loro (uomini) nel compito educativo è tutto da riscrivere.
Occorrono alleanza, dialogo, comprensione, ma, sicuramente, tanta ironia.
Ridere potrebbe essere la nostra salvezza.

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Fare i conti

Fare i conti con le proprie debolezze è tremendo. Se li si fa davvero.
Se si è sinceri, se si lasciano parlare tutte le emozioni che pulsano sotto, se ci si accorge delle invidie, delle gelosie, delle rabbie, dei fastidi che si provano, se si lascia uscire tutto ciò e si sente al contempo consapevolezza, è terribile.
Il fatto di rendersene conto rende tutto difficile e doloroso perché la frustrazione è doppia, la mortificazione doppia, il disagio doppio.
Io sono tutte quelle cose brutte e, contemporaneamente, so di esserlo.
Ci si abbatte, ci si scoraggia, si diventa come se tutto fosse quella cosa orribile che provo dentro di me.
Non vorrei, ma sono così.
Nessuno mi amerà più, a partire da me.
Sono, però, sicura, che sia il solo modo per venirne fuori.
Se io so che sono così, se io me ne accorgo, se tocco con mano e vedo cosa mi succede, io sono già altro da ciò che mi succede, io sono già fuori da ciò che mi succede.
La me che vede ciò che è scomodo, doloroso, non bello, si strugge, si dispera, si vergogna, si delude, ma è quella me che può decidere, quindi, di essere altro.
Se capisco che sono io, solo io e non altri a determinare il mio stato d’animo, posso essere io, solo io, e non altri, a cambiarlo.
Oggi, in più, ho capito che l’obiettivo non è, però, “diventare capaci di non essere più ciò che non ci piace”, giurandoci che “la prossima volta non succederà”.
Succederà ancora, una, dieci, cento, mille altre volte.
Quello che possiamo fare è imparare ad uscire ed entrare in continuazione dalle aree di noi che meno ci soddisfano, perdonandoci e accettandolo con benevolenza e tenerezza.
Così da sapere perdonare e accettare con benevolenza e tenerezza anche gli altri.

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I disegni sui vetri

Un giorno di tanti anni fa, mentre mi raccontava della sua infanzia con un entusiasmo, mia mamma mi parlò di una cosa bellissima che faceva quando era inverno.
Nella registrazione che ero riuscita a realizzare, ho trovato le sue parole: “… mi ricordo della neve che veniva grossissima” diceva “… e poi mi ricordo dei vetri, che c’erano tutti come dei vetri come se fossero dei grandi disegni… c’era il gelo e sai che sui vetri, noi dentro, col nostro respiro li facevamo appannare e si vedeva dei bei disegni che io mi ricordo che una volta ho preso uno spunto e a scuola ho fatto questa greca perché erano così belli che dai vetri vedevo queste cose di natura fatte così… “.
Le attività del tempo libero di quell’infanzia non potevano fare riferimento non solo a quella che oggi chiamiamo tecnologia, ma nemmeno alla quantità di giocattoli, giochi da tavolo, libri per l’infanzia e giornali che divenne il patrimonio a disposizione durante il successivo florido periodo degli anni Sessanta.
I bambini non avevano che la propria fantasia, gli oggetti della vita quotidiana e la natura.
Sarebbe facile considerare quel periodo migliore e questo, invece congestionato da stimoli plurimi, tecnologici, appunto, e confusi, un peggioramento della qualità della vita, ma sicuramente occorre riflettere sulle conseguenze che ha questo cambiamento sulla crescita dell’uomo.
Occorre approfondire quali sono le differenze tra crescere in un modo e crescere in un altro, anche alla luce del fatto che la natura dell’uomo, nel suo corpo e nel suo spirito, invece, non credo si sia modificata così tanto.
Le sue caratteristiche più profonde, i suoi bisogni, le sue aspirazioni non possono essere cambiate quanto lo sono le condizioni in cui viviamo.
Certo, le due cose si condizionano a vicenda, ma, sicuramente, viaggiano a due velocità.
I bambini piccoli, anche oggi, nel gioco, preferiscono il materiale spontaneo che li circonda e che arriva dalle pratiche di tutti i giorni del resto della famiglia. Un po’ perché condiviso (e non è poco) e un po’ perché più capace di essere manipolato.
Un cucchiaio, una corda, il coperchio di una pentola oppure un mazzo di chiavi sono interessanti, ai loro occhi, proprio perché con questi oggetti da esplorare, possono fare quello che vogliono.
Possiamo fare quello che vogliamo anche con uno smartphone?
Forse possiamo fare quello che vogliamo sui binari che quello strumento ci indica, ma molta meno in libertà di quanto si possa credere.
Ci guidano le immagini, c’è una interazione, ci affascina la velocità, insomma, non siamo soli nel governare quel gioco e, per questo ci piace, ma il rischio è che tutto si fermi lì.
L’immaginazione, da sempre si sa, è il motore per creare il mondo, apre all’infinito e lascia completamente liberi di andare dove ci pare e nei giochi interattivi sul tablet non mi sembra che questo accada.
Si va dove il meccanismo ci porta.
Sono la prima a sperare che in qualsiasi attività umana l’uomo possa rimanere uomo e che il suo apporto riesca a governare ciò che accade, ma temo si stia sottovalutando il pericolo richiamato da Galimberti (1999) del predominio della tecnica che, da strumento a nostra disposizione, diventa ambiente che ci circonda e che ci costituisce.
“La tecnica –  lui dice – è il luogo della razionalità assoluta, in cui non c’è spazio per le passioni o le pulsioni,  è quindi il luogo specifico in cui la funzionalità e l’organizzazione guidano l’azione”.
“La tecnica – prosegue – non tende ad uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità, funziona e basta”.

L’argomento non è nuovo, il dibattito nemmeno ed è interessante.
Io lo ripropongo solo perché non si perda occasione di cercare di comprendere verso dove stiamo andando.

A meno che ci basti la voce del navigatore che, ad ogni nostro errore, ricalcola il percorso da fare senza prendere in considerazione l’ipotesi che noi si abbia cambiato idea.

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Nel cuore

Nel cuore.
Ciò che sta nel cuore afferisce agli affetti, all’amore e ai sentimenti, sia nel bene sia nel male.
Innamoramento, gioia, felicità, odio, dolore, strazio, struggimento, nostalgia, tristezza, entusiasmo.
Ciò che sta nel cuore è poco misurabile, poco contenibile, il cuore ha tessuti spugnosi, le cose entrano facilmente e faticano ad uscire.
Ciò che sta nel cuore non conosce limiti di tempo e di spazio.
Nel cuore possono stare tutti gli esseri viventi in generale, ma anche gli spazi, la geografia, i fatti, nel cuore può stare l’Universo intero.
Il cuore può contenere cose che la testa non immagina nemmeno, nel vero senso della parola.
Il cuore può conservare emozioni e sentimenti anche quando non è più ora e nemmeno qui.
Il cuore si nutre di immagini, di colori, di odori e di sensazioni tattili, il cuore è un organo prima di tutto sensoriale.
Grazie al cuore comprendiamo le cose e le persone.
Ma il cuore, proprio perché infinito, nello spazio e nel tempo, ha bisogno della testa per potersi definire.
Ha bisogno di trovare le parole per potersi descrivere.
Ha bisogno dei pensieri per coltivare ciò che prova.
Ha bisogno della mente per sapere di essere cuore.
Il buon collegamento tra la testa e il cuore ci permette di rimanere interi, nel bene e nel male, perché non sono i buoni accadimenti che ci fanno restare sani, sono i buoni pensieri sugli accadimenti.
E, siccome, l’esperienza più significativa di collegamento tra cuore e mente è quella che intercorre con il proprio sé, una delle pratiche più utili per mantenere questo collegamento è la scrittura di questo sé.
La scrittura ci permette di fissare cognitivamente ciò che ci accade dentro.
Ci permette, potendolo raccontare, di conoscerlo e ri-conoscerlo.
Ci permette di pensarlo e ri-pensarlo. Di ri-cordarlo.
Nell’antichità classica il cuore era ritenuto sede della memoria. Il verbo ricordare deriva dal verbo latino recordari che, a sua volta, discende dal sostantivo cŏr, cuore, col suffisso re- di movimento.
Propriamente, rimettere nel cuore , rimettere nella memoria.
Ancora oggi l’espressione a memoria si traduce “par coeur” in francese e “by heart” in inglese.
Ed è il cuore che parla, se scriviamo di noi.
Magari, dapprincipio, se non siamo abituati, annoteremo i fatti, le azioni e gli accadimenti, poi, come per magia (sul serio), il cuore si collegherà automaticamente e, dalla penna (o dalla tastiera), uscirà ciò che proviamo, ciò che sentiamo, ciò che sgorga emotivamente da noi. Come il flusso di un rubinetto che si apre.
Scrivendolo, tirandolo fuori, questo flusso ci emozionerà e potremo permetterci di piangerci o di riderci sopra. Smetterà di essere sacro, diventerà umano. Smetterà di essere solo nostro, diventerà universale.
Nel momento in cui ciò che ci è accaduto diventa storia daremo a ciò che ci è accaduto un significato e potremo, finalmente , farcene una ragione.
Potremo riconoscere il nostro cuore attraverso il nostro pensiero che, in quel momento, ci dirà solo ed esclusivamente ciò che siamo davvero e non ciò che qualcuno o qualcosa dentro di noi ci ha imposto di essere.

 

… dò asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
Fernando Pessoa

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Essere parenti

Nel mondo romano con il termine parente si indicavano i genitori, coloro che partoriscono, che generano, mentre il legame di parentela più generale veniva definito con il termine propinquiorum, che significa “coloro che sono vicini”.
Con il termine parente si intende anche “chi ha grande affinità e somiglianza”.
Essere parenti significa, quindi, in generale, essere legati dal sangue, ma anche da una storia che unisce in un’unica cornice, che mette nella condizione di appartenere alla stessa trama, alla stessa  narrazione.
Che rende uguali e, a volte, identici, cioè “con la stessa identità”.
Essere parenti comporta l’essere coinvolti profondamente da intrecci che sfuggono alla coscienza e che affondano nel sotterraneo mondo degli affetti, dei vissuti e di ciò che misteriosamente custodiamo dietro e sotto le apparenze.
Nella pancia, per intenderci.
Le relazioni genitore-figlio, fratello-sorella, nipote-nonno sono, quindi, relazioni forti, intense, direi enormi.
Nel bene e nel male.
Quando vi è gioia, è gioia immensa, quando vi è conflitto è conflitto tremendo.
All’interno della famiglia, luogo in cui vivono i parenti, si giocano le più forti alleanze e le più nere tragedie.
Dei e dai parenti si ha bisogno, ma, a volte, anche necessità di fuggire.
Per questo motivo è salutare e salvifico il contesto sociale, dentro il quale le famiglie si scambiano doni, prodotti, favori e promesse. Dentro il quale i diversi parenti si mescolano ad altri, per generare e garantire la salute della specie.
È dai parenti che le giovani donne e i giovani uomini si staccano per diventare grandi ed è dai parenti che si ritorna per chiedere aiuto.
Dai parenti in linea retta non ci si può separare.
I coniugi non sono parenti e, di conseguenza, possono diventare ex coniugi, tutti gli altri no.
Non si può essere ex genitori, ex fratelli, ex zii, ex nipoti, ex figli.
I parenti rimangono parenti per sempre, anche oltre la morte e anche in caso di allontanamento.
All’interno di queste relazioni, allora, ciò che accade assume, di volta in volta, significati che possono andare oltre l’analisi oggettiva delle cose, oltre le cose.
Ciò che succede all’interno di questo tipo di relazione prevede un’implicazione ad altissima intensità, perché, come dicono i tecnici, si è “calati nei medesimi contesti di vita e convivenza”.
Per questo motivo, tutti coloro che prendono in carico, per educare, per assistere o per aiutare il parente di qualcuno, devono prendere in carico anche quel qualcuno lì.
Chi accoglie un bambino in una scuola accoglie anche i genitori di quel bambino.
Chi custodisce e cura un anziano in una Casa di Riposo deve custodire e curare anche i figli di quell’anziano.
Chi assiste un disabile, è chiamato ad assistere anche il parente di quel disabile.
Fare altrimenti significa non aiutare, non custodire e non curare la persona che hai in carico.
La persona è il sistema di relazioni in cui vive, fisicamente o emotivamente.
Farsi carico di tutto il sistema è aiutare la persona.

I miei genitori sono in Casa di Riposo da tre anni e mezzo e, per noi parenti, da tre anni e mezzo la Casa di Riposo è la Casa dei nostri genitori.
Cosa fa la Casa di Riposo per essere la LORO casa e, anche, la NOSTRA casa?
Ogni giorno, decine di azioni sono rivolte a loro e, a seconda di chi le esegue, possono essere finalizzate a farli sentire a casa o no.
Sono tutte azioni di assistenza e di cura, ma a seconda di come le eseguono possono fare sentire ai miei genitori che chi le esegue è un parente  oppure che è uno sconosciuto.
Ci sono operatori splendidi, operatori mediocri e operatori sbagliati.
Ma questo è il destino della vita, no?
Ciò che potrebbe fare la differenza è la REGIA della Casa, è la DIREZIONE.
Chi dirige, chi conduce, può decidere se fare andare le cose in un verso o in un altro.
Può decidere se investire perché la Casa sia una casa, o no.
Poco si sta facendo in questo senso.
Poco, sia per gli anziani, sia per le famiglie degli anziani che, da parenti, hanno bisogno di sentire di essere accolti quanto loro.
I legami indissolubili che esistono non possono essere spezzati o feriti dalla separazione che, per forza di cose, avviene.
Io auspico che nei prossimi dieci anni si studi e si approfondisca con serietà e amore COSA fare e COME fare a curare e ad assistere le migliaia di anziani non autosufficienti che saremo.
Loro e le loro famiglie.

Me lo auspico perché, secondo le scelte che faremo, in quella direzione andrà il mondo.
E oggi, in QUELLA direzione, non abbiamo ancora deciso di andare.

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Le cose belle

Dobbiamo circondarci di cose belle, cercarle, desiderarle, volerle.
Dobbiamo abituare il pensiero a pensarle, l’occhio a vederle, il cuore a sentirle.
Non è così scontato riconoscerle, distinguerle, ma, soprattutto, sceglierle.
E’, invece, molto facile abituarsi al brutto, al mediocre, al tanto è lo stesso, fin da piccoli.
I bambini sono attratti dalle cose belle, ma, da soli, non ci arrivano. Sono gli adulti a poterle individuare per loro e a guidarli verso il positivo.
Ma, per farlo, occorre una montagna di fatica. Occorre fare, modificare, muovere, scartare, rinunciare, insistere, decidere. Occorre, in sostanza, assumersene la responsabilità, sentirlo come un dovere.
L’alternativa, il rimanere a guardare passivamente, l’accettare senza cambiare, è dietro l’angolo, sicuramente più comoda.
Cosa ce lo fa fare, allora, di fare questo sforzo, se non il non poterne fare a meno?
Deve diventare un automatismo, deve innescarsi un dispositivo che ci fa dire: “Si fa così, voglio così, faccio così”.
E’, come altre e innumerevoli cose, una questione educativa, fatta di azioni, prima condotte e guidate, poi autonome, interiorizzate, in coscienza.
Il risultato, però, è notevole.
Essere circondati da cose belle, fare cose belle, ricevere cose belle è portentoso.
Fa stare bene, cura, rivitalizza, rinnova, fa rinascere. Ogni giorno, ogni volta.
Pranzi, paesaggi, film, concerti, libri, tovaglie, quadri, canzoni, vestiti, parole, poesie, immagini, gesti, pensieri.
Tutte le risorse che abbiamo devono andare in quella direzione. Poche o tante che siano.
Investire ciò che si ha.
Guadagnare in salute, incassare in buonumore.
Come tutte le cose che vorremmo, mettiamo questa nei desideri e nelle speranze, ma, da oggi, poniamola, con un click, anche nel carrello delle volontà.

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L’altro

Mi concedo di parlare ancora di me, di sé, del dentro di noi.
La condizione soggettiva, come si sta, come ci si sente, è molto più importante di quel che si crede e, sicuramente, del “Tutto a posto?” che oggi si usa per chiedere come va l’altro.
“Ciao, tutto a posto?”.
E cosa vuoi rispondere?
“No, ci sono pezzi rotti di cui non trovo il ricambio”.
Oppure: “Ho scombinato il puzzle e non trovo più un tassello”.
O, ancora: “Mi è caduto a terra il barattolo e si sé sparso tutto intorno”.
O, anche: “Sto cercando di riordinare, ma non so da dove partire”.

Quando è “tutto a posto”?
Mai, salvo brevi istanti in cui fotografi una sensazione, che non ha niente a che fare con lo stato delle cose, ma con te stesso.
Non a caso, esiste il “come stai?”.
Come sei tu, cosa ti succede dentro, cosa provi. La differenza è questa.
Non un inventario delle cose che hai o che ti succedono, ma una ricognizione dell’interno.
“Come stai?”.
“Boh”.
“Forse bene”.
“Triste”.
“Cerco di avere speranze”.
“Gasato”.
“Stanco”.

Al di là dei termini, sarebbe così bello fossimo realmente interessati all’altro.
Ma non solo all’amico o a chi frequentiamo (anche se quante volte non lo chiediamo nemmeno a chi vediamo tutti i giorni al lavoro?).
Dico realmente interessati proprio all’altro, a chi incrociamo per strada.
Partire da come si sta, se succede di interagire, non da cosa capita.
Basta osservare e ascoltare.
La faccia.
La voce.
Le mani.
Lo sguardo.
Allora, l’altro è evidente che sia arrabbiato, infastidito, intenerito, impaurito, sollevato e così via.
Siamo un incrocio di stati d’animo, non di fatti.
Come vanno i fatti dipende da come stiamo, non dalle leggi oggettive alle quali ci appelliamo.
I princìpi servono in sede di giudizio, ma nelle relazioni vale la serie infinita di significati che diamo alle cose.

Sembra semplice.
Non lo è.
La maggior parte delle volte siamo sordi o ciechi o programmati a vedere e sentire quello che vogliamo.
Siamo pieni di noi, anziché vuoti e disponibili.

“Come stai?”.
“Boh”.
“Ho un po’ di cose da portare in discarica, qualcos’altro da aggiustare, sono occupata”.
“Ti serve una mano?”.
“Boh, magari sì”.

Aiutare a svuotare, a liberarsi, anziché accumulare roba addosso, gli uni sugli altri.
Forse, poi, non è tutto a posto, ma va meglio.
O no?

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La cattiva scuola

Com’è una scuola che nei primi giorni dell’anno, quando i bambini e i ragazzi sono emozionati, ma anche spaventati, non predispone la presenza di tutti gli insegnanti che servono e che li possano accogliere?

Cattiva.

Com’è una scuola che, pur sapendo, ogni anno, che l’anno dopo si ricomincia non organizza il quadro dei suoi dipendenti e, così, ogni volta, ogni volta, non è pronta?

Cattiva.

Com’è una scuola che nomina i dirigenti solo pochi giorni prima dell’inizio così che nessuno è preparato e, spesso, non conosce nemmeno dove è finito?

Cattiva.

Com’è una scuola che lascia soli alunni in condizione di grave disabilità perché non è riuscita a nominare gli insegnanti di sostegno?

Cattiva.

Com’è una scuola che obbliga insegnanti di sessant’anni a sedersi per terra con i bambini della prima infanzia, lasciando a casa giovani persone che non vedono l’ora di lavorare con loro?

Cattiva.

Com’è una scuola che mette in organico docenti senza esperienza o con poche ore di tirocinio alle spalle?

Cattiva.

Com’è una scuola che non ha soldi per il materiale, per gli strumenti e per la formazione?

Cattiva.

E, infine, com’è una scuola che pensa ancora che il suo orario finisca con il suono della campanella e non ingaggia gli insegnanti nella vita sociale ed educativa delle comunità, facendo riferimento solo alla buona volontà di qualcuno?

Cattiva.

Noi ci arrangiamo, ma almeno non chiamatela buona, perché ci fate proprio, ma proprio arrabbiare.

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Studenti

Sarà che è lunedì anche per me e non ho fatto tre mesi di vacanza, ma, stamattina, l’onda d’urto degli studenti che marciavano come bufali verso la scuola mi ha dato molto fastidio.
E diciamolo.
Le facce dei pochi adulti che boccheggiavano cercando di farsi largo tra la fiumana incolta erano sofferenti e scocciate.
I giovani spingono, urtano, travolgono, calpestano e, non da ultimo, sbadigliano a bocca spalancata come se non ci fosse un domani.
Probabilmente, presi uno a uno potrebbero riacquistare sembianze umane, ma così, tutti insieme, creano un’entità a parte da studiare antropologicamente.
Lo so, lo so, questo sentimento è una delle prove definitive che sono diventata grande, per usare un eufemismo.
Ma sono certa, non li sopporta nessuno.
La mente cerca di andare all’indietro per recuperare memoria del mio passato: eravamo così anche noi?
No, mi dico, no, dai, no.
Mi appiglio a cambiamenti sociologici e pedagogici che vengono citati per descrivere la maleducazione delle nuove generazioni native digitali e passo in rassegna i numerosi dati che dicono di quanto poco siamo capaci di fare rispettare le regole.
Penso a noi adulti privi di autorevolezza e di rigore e alle scuole in mano alle bande dei bulli, rifletto su come non responsabilizziamo i nostri figli e su quanto sia difficile competere con la tecnologia, della quale loro sono ostaggi.
Poi, mi arrendo e ammetto che, forse, è sempre stato così.
O, perlomeno, da quando, cinquant’anni fa, è finita l’epoca della coercizione, delle punizioni, dell’ordine costituito e dell’autorità paterna, con la quale non si dialogava nemmeno.
Anche perché c’era poco da dire.
Allora, forse, ciò che mi devo chiedere non è come mai facciamo così tanta fatica a convivere, piccoli grandi insieme, o come mai vige il caos o perché la comunità adulta educante ha perso il controllo e litiga sulla pelle dei pochi figli rimasti.
Mi devo chiedere, invece, come si può fare per essere liberi davvero.
Quali nuove regole, quali nuove convenzioni ci possono permettere di riscrivere una trama di rispetto orizzontale (tra tante culture messe insieme) e verticale (tra le diverse, e molte, età contemporanee).
Chi dice cosa, chi ascolta chi, quali sono le cose irrinunciabili e quali quelle che possiamo mettere in discussione.
Il codice è saltato, tanto tempo fa, e non si può fare altro che tentare di costruirne un altro.
Con qualche riferimento: il piano geografico non può più essere solo locale, il piano sociale non può più essere solo specifico, quello psicologico non può più prescindere dalla tecnologia e quello etico/morale dall’insieme di mille popoli.
L’impresa sembra impossibile, a meno che non ci si appelli a ciò che, nei secoli, ha continuato a resistere, anche ai nostri attacchi, e che ci fa, oggi, come sempre, paradossalmente più paura.

A mezzogiorno, quando l’esercito dei futuri adulti è finalmente tornato a casa per pranzo, il sole alto che scalda le case si staglia fermo e sicuro sopra le nostre teste a dire che è soprattutto per NATURA che noi viviamo e che da questa si deve ripartire.

È a lei che dobbiamo domandare il permesso, lasciandole il passo, chiedendo per favore, senza spingere più.

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La coscienza ha un peso.
Chi ce l’ha, di solito costruita un po’ per educazione, un po’ per natura e un po’ per caso come tutte le cose, la sente, eccome.
Avere coscienza significa sentire il retro delle cose, comprendere cosa c’è dietro e, soprattutto, cosa c’entri tu, cosa puoi fare, cosa hai fatto, in che cosa, invece, ti sei tirato indietro.
Una cosa succede e tu, se hai coscienza, ne vedi le ragioni e, soprattutto, le conseguenze.
Ci ragioni, ti interroghi, ci pensi.

Ad avere coscienza impari da piccolo, ma anche da grande.
Da piccolo, soprattutto per imitazione. Se sei circondato da persone che hanno coscienza, impari.
Anche da grande puoi imparare, soprattutto se accetti un aiuto.
Un aiuto a sciogliere lo strato che, sulla coscienza, hai costruito via via con gli anni, soffocandola e seppellendola sotto montagne di azioni automatiche e di pensieri fissi che diventano prigioni.
Azioni che ci difendono dalle cose che ci capitano, dispositivi che ci impediscono di soccombere, ma che ci rendono ciechi e sordi.
Non vediamo più cosa ci succede davvero e non sentiamo più quello che abbiamo dentro.
La coscienza, appunto.
Allora, programmiamo delle strategie con le quali proteggiamo, o così ci sembra, ciò che siamo e ciò che abbiamo.
Appena veniamo messi in discussione, tac, sfoderiamo il meccanismo.
Incolpiamo, aggrediamo, evitiamo, ci chiudiamo, alziamo la voce, mettiamo a tacere e così via.
Poi, ci sembra di stare meglio, ma la fiammella, che arde in tutti, ci manda segnali di disagio, che possiamo ascoltare o no.
Invertire la rotta, rompere il meccanismo è difficilissimo. Ascoltare quei segnali è difficilissimo.
E’ difficilissimo perché corrisponde innanzitutto a perdere l’equilibrio.
Significa barcollare, disorientarsi.
Significa stare male.
Ma è proprio in quel momento lì che la coscienza parla.
Quando non capisci più niente, cosa fare, cosa essere, cosa dire, è quello il segnale del fatto che sei nella coscienza e non più nell’incoscienza.
Dovremmo spiegarlo ai bambini.
Attento: quando ti sentirai confuso, sarai pronto per cercare la strada.
Quando ti sembrerà di avere fallito, avrai la possibilità di riprovarci.
Quando crederai di non essere nessuno, incomincerai ad esprimere chi sei.
Le donne hanno coscienza più degli uomini.
E’ un bagaglio che ereditiamo dalle nostre antenate prima ancora di venire al mondo.
E crescere con l’attribuzione della responsabilità delle cose insegna a sentire responsabilità.
E’ un peso che sappiamo portare, di cui ci carichiamo a prescindere.
Allora, non possiamo essere proprio noi a insegnarla questa benedetta coscienza?
E ad insegnarla anche ai maschi?
Proteggendo fino ad un certo punto i nostri figli (non fino ai venticinque anni per intenderci), ma, poi, mettendo di fronte alle cose.
Essere presenti, rispondere in prima persona, assumersi gli oneri.

Tutto sommato, alla fine, dovremmo riabilitare il senso di colpa.
L’abbiamo ingiustamente condannato, ma ora che se ne sono perse le tracce, decisamente ci manca.

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