Buone vacanze

Uno dei momenti più belli della vita sono le prime ore di vacanza dopo avere terminato il lavoro.
Quando non è ancora sera, quando non è ancora il giorno dopo, quando non è ancora il primo giorno di ferie, a partire dal quale, più o meno, incominci a contare quanti ne mancano.
È quell’intercapedine di tempo che intercorre tra il termine del lavoro e l’inizio ufficiale del riposo.

Bellissimo.

Esci, l’aria ti sembra diversa da quella che c’era quando sei entrata, se c’è il sole splende un casino, se piove, non piove così tanto.
Cammini e assapori la libertà, bene da considerare inequivocabilmente il più prezioso al mondo dopo la salute.
Pensi: è finita, stop, basta.
Pensi ancora: magari non torno, rimango nullafacente, trovo il modo per non lavorare più.
Giri, hai ancora addosso l’energia dell’occupazione quindi fai, fai, metti a posto, programmi, progetti, enumeri propositi, un po’ come il primo dell’anno.
Ecco, il primo momento di vacanza è un primo dell’anno.
Senti che, da quel momento lì, potrai raggiungere i risultati che ti prefiggi da anni.
Dimagrire, diminuire l’uso della tecnologia, cucinare consultando le ricette che hai messo via da secoli nei ritagli di giornale (lo sai che c’è Internet, ma la collezione cartacea l’hai iniziata molto tempo prima e sei in debito), uscire con gli amici con cui rimandi sempre, scrivere un libro, pulire tutta la casa da cima a fondo, smettere di fumare se fumi, ricominciare a fare sport se non lo fai più, eccetera, eccetera, eccetera.
L’adrenalina da linea di partenza ti tiene attiva sul tempo libero come se fosse l’ordine urgente di un cliente che non puoi perdere, come se fosse la consegna prioritaria utile ad un avanzamento di carriera.

Il tutto dura più o meno un’ora e mezza.

Poi, poi, ti agguanta il sonno.
La stanchezza.
La fatica.
Il torpore.
Forse, anche un po’ di depressione.

Dopo, esce tutto lo sfinimento che hai accumulato giorno dopo giorno e vuoi solo dormire.
Dopo, vuoi solo non fare più niente, assolutamente più niente.

E, a quel punto, finalmente, sei in vacanza davvero.

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+

Rio 2016

Ci sono eventi che scatenano, negli individui di genere maschile, fenomeni di dipendenza, catalessi ed ipnosi appena prendono vita.
Sono gli eventi sportivi.
Lo sport trasforma un uomo parlante e in movimento in un arredo muto e immobile nello spazio di un secondo.
Le Olimpiadi, in questo caso, hanno paralizzato alla sedia mio marito senza più possibilità di averlo ancora con me.
Io penso: va beh, non è calcio, non è basket, ma mi dimentico, mi dimentico che è sport e, in quanto tale, possiede quel potere.
Il resto del mondo si ferma, figuriamoci gli esseri femminili che, casualmente, vagano loro intorno.
Stop, non ci siamo più.
Allora?
Approfittiamone per immergerci anche noi in passioni e passatempi, no?
Pur forzandomi, però, non riesco proprio a dedicarmi a qualsiasi altra cosa con la stessa intensità e dedizione.
Forse, perché ho bisogno di più cose insieme e se mi soffermo per troppo tempo su di una sento il resto dell’Universo che mi chiama.
Forse, perché qualsiasi attività alla quale mi dedico si ferma se qualcuno mi cerca.
Forse, perché non riesco a restare inchiodata davanti ad uno schermo se non per un film, ma dura due ore e poi mi sveglio dall’incantesimo.
Per mio marito, il bacio del Principe o della Principessa non sarebbero sufficienti, non se ne accorgerebbe.
L’attrazione per le competizioni sportive, per gli uomini, supera di gran lunga quella per l’altro sesso.
Durante la pubblicità si rifocilla velocemente, senza parlare.
Tra una gara e l’altra va in bagno oppure guarda nel vuoto.
Rimane, per me, un fenomeno incomprensibile che appartiene alla categoria dei misteri.
 
Non mi resta che accettarlo, mentre lo osservo e scrivo.
Ecco, riusciamo ad interessarci a loro anche quando non c’è nessuna speranza che si ricordino della nostra esistenza.
 
E se il mistero, a questo punto, fossimo noi?

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+

La coscienza ha un peso.
Chi ce l’ha, di solito costruita un po’ per educazione, un po’ per natura e un po’ per caso come tutte le cose, la sente, eccome.
Avere coscienza significa sentire il retro delle cose, comprendere cosa c’è dietro e, soprattutto, cosa c’entri tu, cosa puoi fare, cosa hai fatto, in che cosa, invece, ti sei tirato indietro.
Una cosa succede e tu, se hai coscienza, ne vedi le ragioni e, soprattutto, le conseguenze.
Ci ragioni, ti interroghi, ci pensi.

Ad avere coscienza impari da piccolo, ma anche da grande.
Da piccolo, soprattutto per imitazione. Se sei circondato da persone che hanno coscienza, impari.
Anche da grande puoi imparare, soprattutto se accetti un aiuto.
Un aiuto a sciogliere lo strato che, sulla coscienza, hai costruito via via con gli anni, soffocandola e seppellendola sotto montagne di azioni automatiche e di pensieri fissi che diventano prigioni.
Azioni che ci difendono dalle cose che ci capitano, dispositivi che ci impediscono di soccombere, ma che ci rendono ciechi e sordi.
Non vediamo più cosa ci succede davvero e non sentiamo più quello che abbiamo dentro.
La coscienza, appunto.
Allora, programmiamo delle strategie con le quali proteggiamo, o così ci sembra, ciò che siamo e ciò che abbiamo.
Appena veniamo messi in discussione, tac, sfoderiamo il meccanismo.
Incolpiamo, aggrediamo, evitiamo, ci chiudiamo, alziamo la voce, mettiamo a tacere e così via.
Poi, ci sembra di stare meglio, ma la fiammella, che arde in tutti, ci manda segnali di disagio, che possiamo ascoltare o no.
Invertire la rotta, rompere il meccanismo è difficilissimo. Ascoltare quei segnali è difficilissimo.
E’ difficilissimo perché corrisponde innanzitutto a perdere l’equilibrio.
Significa barcollare, disorientarsi.
Significa stare male.
Ma è proprio in quel momento lì che la coscienza parla.
Quando non capisci più niente, cosa fare, cosa essere, cosa dire, è quello il segnale del fatto che sei nella coscienza e non più nell’incoscienza.
Dovremmo spiegarlo ai bambini.
Attento: quando ti sentirai confuso, sarai pronto per cercare la strada.
Quando ti sembrerà di avere fallito, avrai la possibilità di riprovarci.
Quando crederai di non essere nessuno, incomincerai ad esprimere chi sei.
Le donne hanno coscienza più degli uomini.
E’ un bagaglio che ereditiamo dalle nostre antenate prima ancora di venire al mondo.
E crescere con l’attribuzione della responsabilità delle cose insegna a sentire responsabilità.
E’ un peso che sappiamo portare, di cui ci carichiamo a prescindere.
Allora, non possiamo essere proprio noi a insegnarla questa benedetta coscienza?
E ad insegnarla anche ai maschi?
Proteggendo fino ad un certo punto i nostri figli (non fino ai venticinque anni per intenderci), ma, poi, mettendo di fronte alle cose.
Essere presenti, rispondere in prima persona, assumersi gli oneri.

Tutto sommato, alla fine, dovremmo riabilitare il senso di colpa.
L’abbiamo ingiustamente condannato, ma ora che se ne sono perse le tracce, decisamente ci manca.

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+

Per un pugno di dollari

Non per dollari.
Solo per un pugno.
La notizia del picchiatore seriale che a Milano ha menato selvaggiamente dieci persone dopo avere loro chiesto un’informazione mi ha lasciato scioccata.
Ieri l’hanno preso, dopo la decima aggressione.
Così, senza batter ciglio, l’ha fatto e poi rifatto e poi rifatto ancora.
Chissà pensando a cosa, nel frattempo.
Me lo immagino che premedita, che programma, ma me lo immagino matto, ovviamente.
E , invece, probabilmente non lo è.
O, comunque, non lo è per una sindrome solo individuale, lo è almeno come lo sono le decine di persone che, in America, hanno giocato a quello che viene chiamato knockout game, “il folle gioco di chi si diverte a stendere i passanti a pugni”.
Cosa?
Sì, il folle gioco di chi si diverte a stendere i passanti a pugni.
La polizia dice che “non è un caso chiuso” e che “stanno cercando di capire cosa possa esserci dietro”.
Sempre che dietro ci sia qualcosa, anche se è quello che speriamo perché vorrebbe dire che c’è un
senso.
Ma, forse, un senso non ce l’ha.
Viene facile l’associazione ai video giochi, ovvero a quell’attività di gioco in cui ciò che fai si avvicina molto alla realtà, ma rimane nel contesto del virtuale e quindi, apparentemente, non ha conseguenze.
Quell’attività di gioco in cui ammazzare, ferire, accoltellare, sparare, sgozzare, menare risulta ugualmente impegnativo, ma non necessita di responsabilità, nonostante ti faccia sentire soddisfatto come se lo avessi fatto per davvero.
Il problema, di “quell’attività di gioco”, è che, come per molte altre attività piacevoli, se la eserciti  per tante, tante, tante ore, specie nell’età che dovrebbe essere evolutiva, ti procura ciò che, tecnicamente, si chiama dipendenza.
E, si sa, la dipendenza, portando assuefazione, chiede, a poco a poco, di aumentare le dosi della sostanza.
I video giochi hanno un limite, come tutto ciò che è prodotto dall’uomo e, dopo averlo raggiunto, ipotizzo io, solo ipotizzo, certo, occorre ritornare alla realtà.
Alla realtà che è certamente molto, molto più divertente e ricca e viva di un giochino a video.
Beh, quella realtà è la realtà in cui si è calato Nicolas Orlano Lecumberri.
Gli altri non sono, a quel punto, esseri umani nei quali ti identifichi attraverso l’empatia (ah, questa sconosciuta), ma immagini da colpire.

Immagini come quelle dei Pokemon che, e questo è l’ormai indubbio segnale che sono vecchia, vedo mischiarsi a quelle degli umani come se appartenessero allo stesso mondo e mi fa impressione.

Mia nipote (che di anni ne ha diciotto) mi ha detto sorridendo che un po’ le fa paura questa cosa dei Pokemon e io credo che una certa inquietudine sia proprio naturale.

Ma, soprattutto, e se io, su Pikachu mi ci sedessi sopra senza saperlo?
Cosa potrebbe succedermi?

 

 

 

 

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+

Letizia Leviti

Ciao Letizia.
Non ti ho conosciuto, non ricordo il tuo volto, che appare nelle immagini dei servizi di Sky, non avevo mai sentito parlare di te.
Ieri sera, però, ho sentito parlare te.
Con voce debole e malata, hai lasciato un messaggio ai tuoi colleghi, e a tutti noi, che ho trovato sul sito di Repubblica.
Eri una inviata di guerra, il tuo bellissimo volto spicca sugli sfondi drammatici del mondo.
Si dice che eri brava e gentile e sensibile nel dare le notizie e nel messaggio audio che ho ascoltato, sei stata brava e gentile e sensibile anche nel dare la notizia della tua imminente morte, per malattia.
Il tuo è un messaggio di cui fare tesoro, perché non capita tutti i giorni che chi sta per lasciarci riesca ad avere il coraggio, la lucidità e la vitalità di parlare così.
Con così appassionato interesse per chi resta.
Con così infinito amore per chi resta.

Grazie Letizia Leviti, quarantacinque anni, ormai non più sulla Terra, quindi eterna.

http://video.repubblica.it/cronaca/e-morta-letizia-leviti-giornalista-di-sky-tg24-il-suo-ultimo-saluto-alla-redazione/247336/247450

 

 

 

 

 

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+

Restiamo umani

I macro eventi esterni, specie se drammatici, condizionano molto ciò che siamo, internamente.
Le stragi, gli attentati, i grossi incidenti, i delitti, anche se non ci toccano direttamente, provocano scosse e sussulti dentro di noi più di quanto possiamo immaginare.
Ci coinvolgono, senza permetterci di metterci mano, senza darci la possibilità di fare qualcosa direttamente.
Per empatia, sentiamo ciò che può essere accaduto ad altri, lo immaginiamo, ne soffriamo, lo viviamo come possibile anche per noi e questi sentimenti ci modificano.
Modificano la nostra stabilità.
Si tenta, e molti ci riescono, di non venire coinvolti emotivamente, ma l’operazione del cinismo è altamente a rischio.
E’ debole, ci dà apparente forza, ma ci toglie la lucidità e la possibilità profonda di partecipare al mondo.
Allora, sentire, compatire, soffrire e struggerci a distanza ci è quasi inevitabile, nella maggior parte dei casi e questo, come già detto, ci cambia.
E se non c’è la possibilità di consolare, di trattare, di intervenire, ci cambia in peggio.
Ci toglie energie, ci destabilizza, ci dà insicurezza senza che ce ne possiamo realmente rendere conto.
La vita continua, ma più stanca, più incerta.

In ogni viva e vitale comunità, gli eventi negativi sono sempre stati affrontati, per poterli superare ricavandone capacità di crescita, in due modi.
Il primo è semplice: stando insieme.
Non ognuno per conto suo, nella sua casa, nella sua famiglia, in sé, ma insieme.
Insieme, un evento tragico è uno, divisi diventa cento, mille, un milione.
Il secondo modo è: manifestando ciò che si prova.
Tirando fuori lo sconcerto, comunicando la preoccupazione, scambiando parole di conforto, domandando, rispondendo, esprimendo.

In questi giorni, vedo che questo, timidamente, accade. Lo vedo in qualche piccolo segno collettivo, come nella contenuta manifestazione indetta dall’Amministrazione Comunale della mia città o nel minuto di silenzio durante il concerto di canti alpini ieri sera in piazza.
Come nelle dichiarazioni dei capi di stato o nelle immagini delle persone che portano fiori dove c’è stata morte.
Ma sento tutto questo estremamente povero e infinitamente insufficiente.
Quando avviene, non siamo tutti e non siamo insieme.
Quando avviene, la maggior parte di volte, non partecipiamo direttamente, ma assistiamo.
Quando avviene, non diciamo la nostra, ascoltiamo quella di qualcun altro, nemmeno troppo vicino a noi.
L’insistenza con la quale i mezzi di comunicazione ci danno i nomi e i volti e le storie di chi muore ingiustamente, innocente, per atto vile e incomprensibile, ci serve per pensare a ciascuno di loro, per onorare ciascuno di loro o risponde al bisogno di incollare al video e ai giornali chi questi prodotti deve comprare?
Possiamo, nella nostra semplice e definita mente, nel nostro limitato cuore, fare entrare tutte quelle persone, con tutte le loro storie, con tutte le loro infinite e indefinite per noi caratteristiche?
No, non possiamo.
E se lo facciamo, poco dopo dobbiamo togliercelo dalla testa perché impossibile da tenere.
Diventa una cosa che passa via, che scorre, che intercettiamo per un attimo per abbandonarla appena si può.
Allora, non so.
Non so cosa si può fare, non tanto per impedire gli eventi tragici e misteriosi di questa vicenda umana, non so cosa si può fare per affrontarli, nel migliore dei modi. Oggi.
Perché si cerchi un senso, un significato, perché ci si sostenga nella fiducia comunque nella vita, perché i più piccoli imparino a non avere paura. Oggi.
Non so.
Ritrovare riti comuni, cercare parole comprensibili e condivise, riscoprire gesti utili a superare, insieme, i colpi presi. Oggi.

Per restare umani, diceva Vittorio Arrigoni.
Ecco, vorrei capire cosa possiamo fare, per restare umani.

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+

Cinquanta sfumature

Compiere cinquant’anni può rivelarsi drammatico o stimolante.
Nel mio piccolo panorama di conoscenze personali stravince la prima delle due sorti.
Io appartengo alla categoria degli entusiasti, ma ho la vaga sensazione che, in uno dei prossimi compleanni, toccherà anche a me deprimermi.
Questo per dire che il vero problema non è compierli. Non è varcare la soglia, superare il confine.
La difficoltà reale è tutto ciò che arriva DOPO i cinquanta.
La mia adrenalina si è esaurita in un tempo abbastanza breve, crollando insieme al resto degli ormoni.
Qualsiasi cosa io faccia, sono accompagnata da una serie infinita di disturbi, presenti e ben descritti in migliaia di blog femminili, ma per me originalissimi.
Ho, in ordine, infiammato tutti i tendini disponibili dopo avere passato l’inverno al corso di danze popolari finalizzato a tenerli in forma e, su ordine dell’ortopedico, sto camminando in scarpe con tacchi dalle quali cado distorcendomi le caviglie.
Accendo l’aria condizionata per il troppo caldo, per poi coprirmi per i brividi che sento.
Il mio cuore parte, senza avvisarmi, in concerti di extrasistole che fanno da sottofondo a tutto quello che faccio durante le mie giornate.
Piango, mi scoraggio, sono felice e soddisfatta in archi di tempo che non superano i dieci minuti e in cicli continui puntuali come orologi.
Ho fame, ma anche nausea e, contemporaneamente, lo giuro, sonno e insonnia.
Ho stretto solidarietà con tutti gli adolescenti del mondo e mi piacerebbe istituire gemellaggi per perorare la loro causa e diffondere nel mondo la cultura del perdono causa tempesta ormonale.
Bisognerebbe potere non andare a scuola e godere del congedo lavorativo.
Noi e loro dovremmo potere dedicarci solo alle nostre piccole e intense rivoluzioni endocrinologiche.
Tutto quello che facciamo di male e di sbagliato dovrebbe essere perdonato, a prescindere.
Dovrebbero essere istituiti premi, licenze e medaglie al valore.
Forse anche lauree e cittadinanze onorarie.
Ciò che ci capita non lo può capire nessuno, nemmeno noi stessi quando sarà passato.
Allora, l’unica possibilità di salvezza è quella che il mondo ci creda, andando sulla fiducia.
Che il mondo ci coccoli e ci consoli.

Invece, diventiamo odiosi e basta.
Senza appelli.
Non degni di minima comprensione, solo brutti e cattivi.

Peccato, perché se ci guardo dal di fuori, provo solo simpatia e tenerezza.
O no?

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+

Un cuore in due

E brava Francesca Michielin.
Vent’anni e una canzone bella dietro l’altra.
Canzoni da ventenni, canzoni giovani, forse un po’ acerbe, ma belle.
Un cuore in due, cantata con voce volutamente graffiata e ricercatamente english, è semplice e bella.
“Avere un cuore in due non è facile, ognuno vuole più della metà per sé”, canta Francesca, ed è vero.
E, “al massimo”, poi, “diventa un’abitudine”…
La Michielin azzarda il fatto di sapere già come può andare a finire e questo significa, essendo i suoi pezzi fortemente autobiografici, che l’ha provato, che c’è già passata, in mezzo alla fine non tanto di un amore, ma dell’idea di quell’amore. E ne è uscita libera.
In un’intervista ha dichiarato che “vuole trovare in sé la fonte di felicità” ed è questo che la distingue da molti altri suoi coetanei, concentrati sulla ricerca altrove o non concentrati.
Ma, così, si può essere se si crea, se esiste un livello di soddisfazione/realizzazione personale forte, basato sulla possibilità di dire qualcosa di nuovo e di riuscire a dirlo bene.
Per questo, credo che, fin da molto, molto piccoli, occorrerebbe essere educati, formati, a creare, appunto.
Inventare storie, inventare poesie, musiche, canzoni.
Non importano i risultati, non si tratta di arte, si tratta di vita.
Si tratta di imparare che si può dire, fare (e anche baciare) nella forma che si ritiene più propria, più possibile. Che si può e che è bello.
Occorre incoraggiare i bambini a non aver paura di tirare fuori quello che sono dentro, anche in zone che non si conoscono fino a quando non escono.
Ma ciò che conta non è solo stimolare, e in modo strutturato, come fa bene ai piccoli, attraverso giochi, attività, esperienze concrete, ciò che conta è gratificare dopo.
Ciò che conta è fare sentire forti, bravi e capaci.
Tutto si può aggiustare, tutto si può migliorare, ma se la fiducia in ciò che emerge dai flutti della propria mente e anima non cresce insieme a noi, sarà difficile aprirsi dopo.

Brava Michielin, ma bravi anche i tuoi.
Sono sicura che credono in te.

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+

Grazie a te

Con due giorni di ritardo commemoro anch’io la partenza per altri luoghi di Bud Spencer.
I fatti di Istanbul hanno spento l’eco che aveva lasciato in me la notizia della sua morte, ma oggi lo voglio ricordare.
“Era il mio idolo” mi ha scritto in un sms mio fratello, “combatteva la prepotenza degli uomini” ha aggiunto.
Tenerezza.
Per lui e per mio fratello.
Tenerezza per un sentimento che si era acceso in molti bambini degli anni Sessanta.
Un uomo forte e buono, come vorremmo fossero tutti, tutti gli adulti che ci proteggono e ci guidano quando siamo piccoli.
Ma non un buono così, buono e basta.
Era un buono con intenzione. Un buono che agisce, che non si tira indietro davanti alle ingiustizie, che non ha paura, un buono che colpisce, in tutti i sensi.
Ecco, Bud Spencer rappresentava la possibilità che qualcuno potesse fermare chi, come ha detto mio fratello, era prepotente e violento.
Come tanti ci è capitato di incontrare, anche da bambini.
Qualcuno che risarcisse le mortificazioni che ognuno vive, mille volte, senza, poi, purtroppo o per fortuna, ricordarsele più.
Qualcuno che mettesse in ordine le cose, come vorremmo che fossero.
Senza troppe parole e talmente diretto da far finire tutto in una risata.
Bud Spencer era Bud Spencer anche nei film, era lui il personaggio.
Così credibile da farlo ricordare non come un attore, ma come qualcuno che, veramente, combatteva per difendere i deboli.
Come un eroe.
Pare che le sue ultime parole siano state “Grazie a tutti”.
Sì, direi proprio un eroe.

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+

Tema di maturità

Me lo ricordo bene il tema della mia maturità.
Si riferiva all’importanza dei “mezzi di comunicazione”.
Il titolo preciso non lo ricordo, ma so che l’ho scelto perché mi dava la possibilità di fare un lavoro ampio, libero.
Chi l’ha affrontato, più o meno, credo si ricordi del proprio esame.
Ognuno sa, a grandi linee, cosa è successo, ma, di sicuro, rammenta i particolari.
Per me è stata l’emozione enorme del giorno precedente e della mattina stessa e di come, prima di entrare, ho dovuto cercare una strategia per calmarmi perché altrimenti non ce l’avrei fatta.
Ricordo che ho guardato fuori dalla finestra della scuola e, dalla mia intensa e drammatica situazione, guardando il cielo, mi sono alzata su, su, fino a che  la mia postazione non è diventata piccola e stupida.
Sì, ricordo che ho visualizzato il mio andare in alto e, da lì, ho potuto vedere quanto era minuscolo ciò che mi stava succedendo.
Così mi sono rilassata e sono entrata.
Del fatto che i titoli fossero sconosciuti e a sorpresa ero contenta, oggi so che il fattore novità è necessario per potere creare. Si sapessero le tracce prima, non si produrrebbe nulla.
L’adrenalina del momento, fatta di desiderio di riuscire, emozione e un tempo definito nel quale stare, unita ai titoli improvvisi e nuovi scatena.
Anche se nel primo momento può sembrare ci sia il nulla, poi la scintilla scocca.
Stamattina, tra le diverse tracce, avrei scelto quella riguardante il voto alle donne di settant’anni fa.
Non per celebrarlo, oggi è una cosa naturale e questo bisogno non l’avrei sentito.
L’avrei scelto, anche questa volta, perché mi avrebbe permesso di ampliare, di sviluppare liberamente un pensiero, a partire dal voto alle donne.
Un pensiero su come eravamo, su come siamo, su come potremmo essere domani.
Un viaggio, con gli occhi di oggi, per comprendere cosa reggeva le regole di quel tempo e cosa è riuscito a farle cambiare.
Chi ha promosso quel cambiamento?
Chi l’ha goduto?
A cosa serve, ma, soprattutto, cosa significa?

Mi piacerebbe molto leggere gli scritti che, stamattina, sono usciti dalle penne (le penne!) degli studenti gobbi sui fogli (i fogli!).
So che qualcuno ha sofferto della fatica fisica di scrivere, di fare quella cosa che una volta si chiamava scrivere, con l’inchiostro, pur rinchiuso in una penna a sfera.
So di qualcuno che, dopo tre ore, non ce la faceva più, con i muscoli indolenziti come quando cammini per ore in montagna e, anche se ogni giorno quella cosa lì la fai, non la fai per così tanto tempo e senza fermarti.
Sì, lavorare ad un tema, scrivendo per sei ore, è un po’ come scalare una montagna che non hai mai affrontato, con lo zaino in spalla, sotto il sole.
Si vede la vetta, ma per raggiungerla devi sudare, passo dopo passo e non puoi smettere fino a quando non sarai arrivato.
Sai che verrai giudicato, ma quello che puoi fare è solo cercare di mettercela tutta per, poi, accettare quello che verrà.
Hai la mente che spazia in mille cose che potrebbero uscire, in mille possibilità, ma è evidente che occorre sceglierne alcune, solo alcune per, poi, cercare di organizzarle.
Devi rileggere, ripensare, rifare, rivedere.
Ci sono momenti in cui ti sembra che tutto sia sbagliato, altri in cui sai di potere farcela.
Sei libero, ma devi stare nel sentiero che ti è stato indicato.
Infine, sai di avere tanto tempo, ma, minuto dopo minuto, questo si accorcia ed è chiaro che ci sarà una scadenza che non sceglierai tu.

Ragazzi, come potrebbe chiamarsi tutto ciò, se non maturità?

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+