Bicitaxi

Il bicitaxi, nelle città cubane, costa dai due ai dieci Cuc, ciascuno dei quali corrisponde ad un euro circa.
Ce ne sono a centinaia, anche perché costano, a loro, solo fatica ed energia fisica e, visto che un operaio guadagna dodici Cuc al mese, è un’occupazione richiesta.
Ieri sera, un turista trasportato ha improvvisamente chiesto di scendere da uno dei trabiccoli perché la strada era dissestata e l’uomo che lo guidava sembrava essere in difficoltà.
Ovviamente, costui si è opposto dicendo di stare tranquilli perché non c’erano problemi.
Niente da fare, il turista ha finito la corsa dichiarando: “Troppa fatica, hombre, rispetto, rispetto!” ed è sceso prima di raggiungere la meta, senza sapere che, così facendo, agiva esattamente al contrario.
Pedalare trasportando il peso dei clienti, per chi lo fa di mestiere, è un lavoro ed è questo che merita il rispetto.
Quante professioni si dedicano a noi ogni giorno senza che ci fermiamo a chiedere di scendere.
Sarebbe come chiedere di non lavare i piatti al ristorante o di smettere di portare via la spazzatura o ancora di terminare di pulire il pavimento in ospedale, in nome del rispetto.
La cultura è il filtro attraverso il quale vediamo le cose e attribuiamo loro un significato.
Allora, è proprio questo il livello che dovremmo praticare negli scambi e nelle conoscenze.
“Per te, cosa vuol dire ciò?”
“Cosa ne pensi di?”
“Così, credi vada bene o no?”
Eccetera.
Fare domande, sempre, invece di decidere noi cosa sta pensando l’altro.
Detto ciò, il nostro autista, che pedalando in salita, ci ha portato da un punto all’altro dell’Avana, era anche senza un braccio.
Alla fine, a fare fatica per tutto il tragitto, siamo stati sicuramente noi.

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Cuba

Cuba è un Paese tranquillo, dignitoso, allegro e serio.
Direi anche elegante.
Le strade sono pulite, le persone garbate.
Il suono della lingua è una canzone morbida che ondeggia sullo sfondo.
Tutto è colorato, dai copriletti alla terra rossa, che contrasta con il cielo.
Il cielo è come in Irlanda e a New York, celeste, luminoso e bello come in un dipinto.
Si balla, a Cuba, nei Centri della Cultura, in strada, nei locali, dove si mischiano gentlemen creoli ad alte signore teutoniche che si dimenano scatenate e felici al suono della salsa.
I turisti fanno parte della Casa, come il servizio di argenteria, non è il tuo quotidiano, ma ci tieni e lo lucidi.
A Cuba, d’inverno, il tempo cambia in continuazione, con il vento che fa danzare anche lui.
Ti svegli con il canto del gallo e degli uccelli, con gli zoccoli dei cavalli e, se dormi in una Casa Particular sulla via principale, con il rumore del motore di auto enormi, vecchie, simpatiche e puzzolenti.
Sembra di essere a Napoli, o a Palermo, ma senza la sporcizia.
La gente ride, chiacchiera molto, è operosa.
Nei parchi, dove c’è la connessione, i giovani giacciono inermi muovendo i pollici, ognuno per conto proprio come in centomila città del mondo.
Qualche turista anziano digita, con gli indici, messaggi whatsapp ai parenti.
Il tempo scorre leggermente più lento, non molto, ma è sufficiente per accorgersene, soprattutto al ristorante.
I panni stesi, le donne che lavano gli usci, gli interni delle case piene di improbabili suppellettili di ceramica e di fiori finti ti parlano dei loro giorni, che continueranno decisi anche quando tu sarai ripartito verso un mondo di neve e di lavoro, che qui non si può nemmeno immaginare.
I cubani non viaggiano, per impossibilità e abitudine, ma quando lo abbiamo chiesto loro ci hanno risposto di no, con orgoglio.
Io, invece, mi sento come Cristoforo Colombo, curioso e ignorante che, quando è arrivato a Cubanacan (che nella lingua locale significa “il centro di Cuba”), ha creduto di essere nella città dei Khan in Mongolia.
Perché , quando arrivi  ciò che trovi è qualcosa che non hai mai conosciuto prima di esserci stato e sta a te accettare di essere sufficientemente straniero da avere bisogno di sentirti raccontare dove sei finito, per cambiare idea.
Viva Cuba, andateci, vi sentirete a casa.

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Buon Anno

È il primo Capodanno del mio blog.
Scrivere è un grande regalo che ci si fa, lo consiglio a tutti.
Non è che DEVI sapere scrivere o che devi scrivere BENE, scrivi, prova, vedrai che serve.
È una questione di esercizio e di fiducia in sé stessi.
Già provare è curativo, proseguire diventa terapeutico.

Ecco, auguro a tutti di avere più fiducia in sé e scelgo questo proposito perché dietro a molti disagi e malesseri c’è proprio il non credere di potercela fare. Fa sentire tristi, arrabbiati, nervosi, finiti.
E non è una cosa facile venirne fuori, non tutti abbiamo avuto grandi supporter da piccoli.
Ma essere adulti significa non potere più crescere?
No, e questo è veramente il pilastro sul quale appoggio tutto il mio lavoro: in ogni momento della vita si può evolvere, si può cambiare.

Auguro a tutti di provare a cambiare qualcosa, non è detto che ci si riesca, ma il tentativo sarà già girare pagina, tutta da riempire.

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La tenerezza

In italiano il termine tenerezza significa “profondo sentimento di dolcezza e affetto, spesso associato a commozione”, ma anche “qualità di ciò che oppone resistenza al taglio o alla masticazione”, sinonimo di morbidezza.
Se una persona ci fa fa tenerezza è, soprattutto, perché la sentiamo debole, delicata e fragile, quindi bisognosa di protezione.
Sentire il bisogno di proteggere nutre la nostra autostima, ci fa sentire la possibilità reale di essere non solo buoni, anche grandi e, soprattutto, forti.
Ci fa sentire bene.
Come ogni cosa che suscita sentimento, avviene una specie di trasporto da ciò che immaginiamo sia il bisogno dell’altro al bisogno che è nostro. Una specie di reciproco bisogno che si incastra a perfezione e ci fa vivere in comunione.
Ieri sera, ho sentito questa cosa verso il genere umano.
Tornavo dalla consueta visita ai miei genitori in Casa di Riposo e, guardando la fila di luci delle macchine al rientro dal lavoro, ho pensato agli altri come a qualcosa di speculare a me. Io mi sento io, ma vedo e sento che tutti gli altri, ognuno di loro, si sentono loro, come accade a me.
Non è semplice da spiegare, ma sono sicura che non sono la sola ad avere provato questa sensazione, nonostante accada raramente.
Sentire che sei un punto di vista, identico a cento, mille, un milione di altri punti di vista.
Percepire che ciascuno la pensa così. Che, quindi, non sei TU, ma TUTTI.
Questa sensazione, che avevo provato anni fa nell’adolescenza, ieri sera mi ha regalato automaticamente il sentimento di tenerezza verso le persone che stanno al mondo.
Vederci in fila, dopo il lavoro, presi dai pensieri, dalle preoccupazioni, dagli impegni che comporta la vita mi ha fatto provare affetto e struggimento.
Il fatto che, in quel momento, gli altri fossero sconosciuti è svanito per un istante. Eravamo uguali.
Non conoscevo ciascuno di loro, ma conoscevo ciò che significa, per tutti, vivere e questo mi faceva sentire unita.
Beh, ho scoperto poi che mentre mi accadeva questo, nello stesso momento, stavano colpendo alle spalle un uomo ad Ankara e si stavano organizzando per ammazzarne quanti possibili a Berlino.
E’ possibile che agli umani succeda anche questo?
È possibile, certo, per il semplice fatto che accade, ma perché accade?
Forse, proprio perché siamo umani, con la possibilità di sentire-pensare-fare cose diverse, anche profondamente contrarie, anche immensamente differenti.
E il contrasto di emozioni che ogni azione negativa, cattiva, scatena un caos che confonde e può farci sentire persi, divisi, o, peggio ancora, finiti.
Che ci fa stare male.
Come restare umani, direbbe Vittorio Arrigoni, come mantenere la tenerezza, che ci può salvare?
Forse, è la speranza il sentimento chiave.
Ovvero, “l’attesa fiduciosa di un futuro positivo”, ma anche una delle tre virtù teologali, insieme alla fede e alla carità che, a differenza delle virtù cardinali, “non possono essere ottenute con il solo sforzo umano, ma sono infuse nell’uomo dalla grazia divina”.
Cioè, qualcosa che sta oltre noi, a prescindere da noi.
Cioè, qualcosa che non possiamo completamente governare, né prevedere, ma di cui facciamo parte e, proprio perché sfugge alla nostra Ragione, ci spinge a confidare e a proseguire anche nel momento in cui sembra non essercene la possibilità.

Sarà questo il Natale?

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Nel cuore

Nel cuore.
Ciò che sta nel cuore afferisce agli affetti, all’amore e ai sentimenti, sia nel bene sia nel male.
Innamoramento, gioia, felicità, odio, dolore, strazio, struggimento, nostalgia, tristezza, entusiasmo.
Ciò che sta nel cuore è poco misurabile, poco contenibile, il cuore ha tessuti spugnosi, le cose entrano facilmente e faticano ad uscire.
Ciò che sta nel cuore non conosce limiti di tempo e di spazio.
Nel cuore possono stare tutti gli esseri viventi in generale, ma anche gli spazi, la geografia, i fatti, nel cuore può stare l’Universo intero.
Il cuore può contenere cose che la testa non immagina nemmeno, nel vero senso della parola.
Il cuore può conservare emozioni e sentimenti anche quando non è più ora e nemmeno qui.
Il cuore si nutre di immagini, di colori, di odori e di sensazioni tattili, il cuore è un organo prima di tutto sensoriale.
Grazie al cuore comprendiamo le cose e le persone.
Ma il cuore, proprio perché infinito, nello spazio e nel tempo, ha bisogno della testa per potersi definire.
Ha bisogno di trovare le parole per potersi descrivere.
Ha bisogno dei pensieri per coltivare ciò che prova.
Ha bisogno della mente per sapere di essere cuore.
Il buon collegamento tra la testa e il cuore ci permette di rimanere interi, nel bene e nel male, perché non sono i buoni accadimenti che ci fanno restare sani, sono i buoni pensieri sugli accadimenti.
E, siccome, l’esperienza più significativa di collegamento tra cuore e mente è quella che intercorre con il proprio sé, una delle pratiche più utili per mantenere questo collegamento è la scrittura di questo sé.
La scrittura ci permette di fissare cognitivamente ciò che ci accade dentro.
Ci permette, potendolo raccontare, di conoscerlo e ri-conoscerlo.
Ci permette di pensarlo e ri-pensarlo. Di ri-cordarlo.
Nell’antichità classica il cuore era ritenuto sede della memoria. Il verbo ricordare deriva dal verbo latino recordari che, a sua volta, discende dal sostantivo cŏr, cuore, col suffisso re- di movimento.
Propriamente, rimettere nel cuore , rimettere nella memoria.
Ancora oggi l’espressione a memoria si traduce “par coeur” in francese e “by heart” in inglese.
Ed è il cuore che parla, se scriviamo di noi.
Magari, dapprincipio, se non siamo abituati, annoteremo i fatti, le azioni e gli accadimenti, poi, come per magia (sul serio), il cuore si collegherà automaticamente e, dalla penna (o dalla tastiera), uscirà ciò che proviamo, ciò che sentiamo, ciò che sgorga emotivamente da noi. Come il flusso di un rubinetto che si apre.
Scrivendolo, tirandolo fuori, questo flusso ci emozionerà e potremo permetterci di piangerci o di riderci sopra. Smetterà di essere sacro, diventerà umano. Smetterà di essere solo nostro, diventerà universale.
Nel momento in cui ciò che ci è accaduto diventa storia daremo a ciò che ci è accaduto un significato e potremo, finalmente , farcene una ragione.
Potremo riconoscere il nostro cuore attraverso il nostro pensiero che, in quel momento, ci dirà solo ed esclusivamente ciò che siamo davvero e non ciò che qualcuno o qualcosa dentro di noi ci ha imposto di essere.

 

… dò asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
Fernando Pessoa

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Essere parenti

Nel mondo romano con il termine parente si indicavano i genitori, coloro che partoriscono, che generano, mentre il legame di parentela più generale veniva definito con il termine propinquiorum, che significa “coloro che sono vicini”.
Con il termine parente si intende anche “chi ha grande affinità e somiglianza”.
Essere parenti significa, quindi, in generale, essere legati dal sangue, ma anche da una storia che unisce in un’unica cornice, che mette nella condizione di appartenere alla stessa trama, alla stessa  narrazione.
Che rende uguali e, a volte, identici, cioè “con la stessa identità”.
Essere parenti comporta l’essere coinvolti profondamente da intrecci che sfuggono alla coscienza e che affondano nel sotterraneo mondo degli affetti, dei vissuti e di ciò che misteriosamente custodiamo dietro e sotto le apparenze.
Nella pancia, per intenderci.
Le relazioni genitore-figlio, fratello-sorella, nipote-nonno sono, quindi, relazioni forti, intense, direi enormi.
Nel bene e nel male.
Quando vi è gioia, è gioia immensa, quando vi è conflitto è conflitto tremendo.
All’interno della famiglia, luogo in cui vivono i parenti, si giocano le più forti alleanze e le più nere tragedie.
Dei e dai parenti si ha bisogno, ma, a volte, anche necessità di fuggire.
Per questo motivo è salutare e salvifico il contesto sociale, dentro il quale le famiglie si scambiano doni, prodotti, favori e promesse. Dentro il quale i diversi parenti si mescolano ad altri, per generare e garantire la salute della specie.
È dai parenti che le giovani donne e i giovani uomini si staccano per diventare grandi ed è dai parenti che si ritorna per chiedere aiuto.
Dai parenti in linea retta non ci si può separare.
I coniugi non sono parenti e, di conseguenza, possono diventare ex coniugi, tutti gli altri no.
Non si può essere ex genitori, ex fratelli, ex zii, ex nipoti, ex figli.
I parenti rimangono parenti per sempre, anche oltre la morte e anche in caso di allontanamento.
All’interno di queste relazioni, allora, ciò che accade assume, di volta in volta, significati che possono andare oltre l’analisi oggettiva delle cose, oltre le cose.
Ciò che succede all’interno di questo tipo di relazione prevede un’implicazione ad altissima intensità, perché, come dicono i tecnici, si è “calati nei medesimi contesti di vita e convivenza”.
Per questo motivo, tutti coloro che prendono in carico, per educare, per assistere o per aiutare il parente di qualcuno, devono prendere in carico anche quel qualcuno lì.
Chi accoglie un bambino in una scuola accoglie anche i genitori di quel bambino.
Chi custodisce e cura un anziano in una Casa di Riposo deve custodire e curare anche i figli di quell’anziano.
Chi assiste un disabile, è chiamato ad assistere anche il parente di quel disabile.
Fare altrimenti significa non aiutare, non custodire e non curare la persona che hai in carico.
La persona è il sistema di relazioni in cui vive, fisicamente o emotivamente.
Farsi carico di tutto il sistema è aiutare la persona.

I miei genitori sono in Casa di Riposo da tre anni e mezzo e, per noi parenti, da tre anni e mezzo la Casa di Riposo è la Casa dei nostri genitori.
Cosa fa la Casa di Riposo per essere la LORO casa e, anche, la NOSTRA casa?
Ogni giorno, decine di azioni sono rivolte a loro e, a seconda di chi le esegue, possono essere finalizzate a farli sentire a casa o no.
Sono tutte azioni di assistenza e di cura, ma a seconda di come le eseguono possono fare sentire ai miei genitori che chi le esegue è un parente  oppure che è uno sconosciuto.
Ci sono operatori splendidi, operatori mediocri e operatori sbagliati.
Ma questo è il destino della vita, no?
Ciò che potrebbe fare la differenza è la REGIA della Casa, è la DIREZIONE.
Chi dirige, chi conduce, può decidere se fare andare le cose in un verso o in un altro.
Può decidere se investire perché la Casa sia una casa, o no.
Poco si sta facendo in questo senso.
Poco, sia per gli anziani, sia per le famiglie degli anziani che, da parenti, hanno bisogno di sentire di essere accolti quanto loro.
I legami indissolubili che esistono non possono essere spezzati o feriti dalla separazione che, per forza di cose, avviene.
Io auspico che nei prossimi dieci anni si studi e si approfondisca con serietà e amore COSA fare e COME fare a curare e ad assistere le migliaia di anziani non autosufficienti che saremo.
Loro e le loro famiglie.

Me lo auspico perché, secondo le scelte che faremo, in quella direzione andrà il mondo.
E oggi, in QUELLA direzione, non abbiamo ancora deciso di andare.

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La storia dei tendini

La cosa simpatica è che, da noi, in Italia, ogni fatto, ogni vicenda, anche la più semplice, diventa una storia.
Da raccontare.
Per una brutta infiammazione ai tendini di Achille, dopo la lunga cura, avvio il consueto iter per fare un’ecografia di controllo.
Telefonata all’ambulatorio del medico di base per chiedere l’impegnativa, ritiro dell’impegnativa, chiamata al call center per prendere l’appuntamento, appuntamento, sportello per fare l’accettazione, ecografia.
Questo elenco di passaggi sarebbe sufficientemente esaustivo per narrare ciò che è accaduto se tale iter si limitasse ad essere, come è, una procedura, pensata, organizzata, tarata e ripetuta, come tutte le procedure, migliaia di volte.
Ma, si sa, non siamo esperti di procedure e, anche in questo caso, l’iter si è trasformato in una serie di simpatici aneddoti.
L’infiammazione ai due tendini, indicata sulle carte correttamente come bilaterale,  riguarda due piedi, due gambe e il suo controllo necessita, conseguentemente, di due ecografie.
La storia si fa commedia già alla telefonata al call center, in cui la signorina albanese (e questo, giuro, non è un problema) mi risponde che se l’ecografia è a due tendini e non a uno devo comporre un numero diverso.
E lì non capisco, ma eseguo.
Al nuovo numero, la storia prende una piega comica perché l’operatrice, per i due tendini-due piedi-due gambe mi fissa due-appuntamenti, uno alle 13.20 e uno alle 13.40.
La metto sul ridere e rido, ma l’operatrice è serissima e quasi si offende.
“Sono due i tendini, sono due i piedi, sono due le gambe” e non c’è verso di dirle che, forse, potrei farli insieme. Niente, sono due, anche se arrivano insieme e due saranno gli appuntamenti, questa è la regola.
Io soprassiedo e penso, sempre scherzando, che c’è da sperare che, almeno, non mi facciano rivestire e uscire in corridoio tra un tendine e l’altro.
Quando arriva il giorno prefissato mi presento all’orario del primo tendine, incerta su quale precedenza avrebbero avuto (a destra ahahahahah), ma pronta.
All’accettazione, nonostante la scritta BILATERALE sia impressa sul foglio, scoprono che sotto la voce “unità” compare il numero UNO.
“Signora – ed io non posso credere alle mie orecchie  – oggi ne può fare solo uno, di tendine, perché è segnato uno solo, per il secondo deve tornare un’altra volta”.
Nooooooooo, non è possibile, penso.
Noooooo, no, non ci posso credere.
Il registro si fa drammatico e, furibonda, divento scortese, alzo la voce, anche se capisco subito che non è la strada giusta perché, se voglio risolverla, occorre ritornare alla commedia, meglio se sentimentale, quindi mi calmo, le dico che ha ragione e che se c’è scritto UNO il tendine è uno solo, quindi per l’altro la prego di aiutarmi a trovare una soluzione.
Gli operatori si ritirano scocciati e, dopo dieci minuti, si giunge all’epilogo perché escono e mi annunciano che si può fare.
Il mio corpo, prima ancora della mia mente, finalmente riunito, esulta e mi ecografano entrambi gli arti alle 13.40, in perfetto rispetto degli orari.
C’era una volta e vissero felici e contenti.
Che paese fantastico.

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In guerra per amore

Bravo Pif, molto bravo.
Un film delicato per parlare di un tema forte, un film dolce per dire cose amare.
Leggero, ma importante. Divertente, ma serio.
Un bellissimo film.
Riuscire a raccontare la Storia inventando belle storie da narrare è roba da artisti e la sua seconda opera, possiamo dirlo, incornicia definitivamente Pierfrancesco Diliberto nella categoria.
L’amore per la Patria del Tenente Chiamparino e l’amore per Flora del protagonista sono Amori per i quali vale la pena vivere, ma anche morire. Per i quali si può sfidare la Sorte, per i quali si può tentare l’impossibile.
E, d’altro canto, subire prevaricazioni e soprusi può accadere ad un popolo come ad una donna e Pif parte da lontano per raccontare quanto si possa scegliere una via o l’altra.
Il progetto di ridare libertà alla Sicilia e all’Italia, da parte degli Americani, rischia di fare passare dalla padella del Duce direttamente alla brace della Mafia, complice la volontà di “risparmiare” fatica e vite umane, mentre il soldato inutile Arturo Giammaresi decide di percorrere un’altra strada.
In “In guerra per amore” si respira lo stesso clima vissuto in La vita è bella o in Forrest Gump e, allo stesso modo, si sente un cinema soave che parla al cuore, capace di denunciare con poesia ciò che è ingiusto, ma anche di descrivere con ironia ciò che appartiene irrinunciabilmente all’avventura umana.
Pif, da buon Pinocchio, è accompagnato, sulla sua strada, da un Gatto e una Volpe straordinari, da una bella Fatina capace di proteggere dalle bombe, da un credibile Mangiafuoco cattivo burattinaio e si salva la vita grazie ad un Geppetto di cuore che non esita a buttarsi nelle fauci della Balena per aiutarlo.

Questo film è una favola, proprio perché ci racconta cosa succede di brutto nella nostra realtà senza farci del male.

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Le cose belle

Dobbiamo circondarci di cose belle, cercarle, desiderarle, volerle.
Dobbiamo abituare il pensiero a pensarle, l’occhio a vederle, il cuore a sentirle.
Non è così scontato riconoscerle, distinguerle, ma, soprattutto, sceglierle.
E’, invece, molto facile abituarsi al brutto, al mediocre, al tanto è lo stesso, fin da piccoli.
I bambini sono attratti dalle cose belle, ma, da soli, non ci arrivano. Sono gli adulti a poterle individuare per loro e a guidarli verso il positivo.
Ma, per farlo, occorre una montagna di fatica. Occorre fare, modificare, muovere, scartare, rinunciare, insistere, decidere. Occorre, in sostanza, assumersene la responsabilità, sentirlo come un dovere.
L’alternativa, il rimanere a guardare passivamente, l’accettare senza cambiare, è dietro l’angolo, sicuramente più comoda.
Cosa ce lo fa fare, allora, di fare questo sforzo, se non il non poterne fare a meno?
Deve diventare un automatismo, deve innescarsi un dispositivo che ci fa dire: “Si fa così, voglio così, faccio così”.
E’, come altre e innumerevoli cose, una questione educativa, fatta di azioni, prima condotte e guidate, poi autonome, interiorizzate, in coscienza.
Il risultato, però, è notevole.
Essere circondati da cose belle, fare cose belle, ricevere cose belle è portentoso.
Fa stare bene, cura, rivitalizza, rinnova, fa rinascere. Ogni giorno, ogni volta.
Pranzi, paesaggi, film, concerti, libri, tovaglie, quadri, canzoni, vestiti, parole, poesie, immagini, gesti, pensieri.
Tutte le risorse che abbiamo devono andare in quella direzione. Poche o tante che siano.
Investire ciò che si ha.
Guadagnare in salute, incassare in buonumore.
Come tutte le cose che vorremmo, mettiamo questa nei desideri e nelle speranze, ma, da oggi, poniamola, con un click, anche nel carrello delle volontà.

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Dio esiste e vive a Bruxelles

Dio esiste e vive a Bruxelles, un film belga che incanta e lascia un po’ straniti.
Si ride, infrangendo il tabù di Dio, o, forse, proprio per questo, si sorride.
La storia è divertente, anche se il suo potenziale non viene a pieno sfruttato.
Il regista belga Jaco Van Dormael ha la trovata geniale di attribuire a Dio la figura molto umana di un malvagio che, come dice sua figlia, aspira al potere, ma non lo merita.
Nella sua stanza dei bottoni, dopo avere inventato il mondo, lo governa prospettandogli una vita sfigata attraverso le sue mille e più leggi di Murphy, mentre brutalizza la moglie e tiene prigioniera la figlia, sorella del più famoso Jesus.
Sarà proprio la figlia, Ea, che, fuggendo, aiuterà gli uomini a recuperare il libero arbitrio, anche se la vera rivoluzione la compie la del Dio consorte, che, finalmente sola, si regala la possibilità di ridisegnare l’universo a fiori, come piace lei.
Il film è pieno di metafore e di simboli che un po’ annoiano, ma ha momenti di vera poesia visiva e offre l’interpretazione capace di una serie di bravi attori che, uno ad uno, incorniciano il quadro dell’Ultima cena, portando a diciotto il numero degli apostoli.
E’, forse, questo, l’elemento più interessante della vicenda: darsi l’occasione di ripensare alle cose senza rimanere intrappolati dagli schemi, anche i più consolidati, regala l’opportunità di fare miracoli.
Di trovare, cioè, in ciascuno di noi, la vera attitudine, a dispetto delle cattive Leggi alle quali, senza renderci conto, noi stessi ci sottomettiamo.

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