Senza fine

Come funghi dopo la pioggia a fine agosto, il giorno dopo l’weekend di Halloween sono spuntati i panettoni negli scaffali dei supermercati .
E’ presto! Tutti esclamano, ma la ruota gira ugualmente.
Dopo la Festa di Ognissanti incomincia il Natale, dopo il Natale incomincia il Carnevale, dopo il Carnevale la Festa del Papà, poi la Pasqua e poi la Festa della Mamma e così via.
Non c’è pausa, non c’è riposo, non c’è ristoro.
La linea del tempo è continua, senza più punti, né virgole, è piatta.
Invece, il Tempo è un’altra cosa, è caos, è disordine, è rimpianto, è incomprensione, è vuoto, è tutto quello che sentiamo, misurandoci con il calendario, con l’orologio, con le agende che dettano la legge che noi cerchiamo di aggirare.
Nelle feste e nelle vacanze, poi, il rischio è di prendere appuntamenti come se fossero di  lavoro e, il lunedì mattina ritorna come su di un nastro trasportatore.
Allora?
Allora, basta.
Svuotiamo, liberiamo, fermiamo.
Anche se è difficile, anche se sembra impossibile.
Mettiamo in agenda il tempo vuoto, cosa ne dite?

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I papà con la carriola

Molti sono i papà che spingono passeggini, tengono a mano bambini scalpitanti o seguono figli che scappano per la via. Molti più di prima. Mamme che lavorano, cultura che cambia, a beneficio di tutti.
Stamattina, era divertentissimo guardarne alcuni.
Primo papà: spinge passeggino mentre chatta al cellulare. Sguardo illuminato da luce Fled, mano destra che spinge, camminata adeguatamente lenta, traettoria incerta.
Secondo papà: spinge passeggino come se fosse carriola, braccia larghe, gambe pure, sguardo verso orizzonte, pensieri al lavoro.
Terzo papà: spinge passeggino, vuoto, rincorrendo bambino sfuggito come se fosse un bersaglio, sguardo terrorizzato, fronte perlata.
Fanno troppo ridere.
Certo, non sono tutti così, anzi, potrei essere incappata in tre eccezioni e adesso scrivo a vanvera, ma quei tre facevano troppo ridere.
E che sia proprio questo il loro ruolo?
Divertire?
Sdrammatizzare?
Alleggerire?
Io credo che ci possano riuscire benissimo, ammesso che il nostro sguardo, di donne, sia divertito e intenerito e non arrabbiato e recriminatorio.
Il fatto che una volta i papà fossero severi e a loro era destinato il ruolo di cattivi e di giusti, lontani da casa perché spingevano una carriola mentre noi stavamo con i bambini, non conta più.
Ora è compito di tutti cambiare.
Chi siamo noi (donne) e chi sono loro (uomini) nel compito educativo è tutto da riscrivere.
Occorrono alleanza, dialogo, comprensione, ma, sicuramente, tanta ironia.
Ridere potrebbe essere la nostra salvezza.

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Viva Tallinn

Partire per le vacanze significa interrompere il flusso quotidiano e, letteralmente, sospendere l’attività.
L’esito di questa operazione può essere positivo, perché si stacca, ci si riposa, si recupera energia, si guardano le cose da fuori, ci si diverte, ma anche negativo, proprio perché vengono a mancare i riferimenti che ciascuno ha nella sua vita di tutti i giorni.
Se l’equilibrio personale è fragile, la vacanza può destabilizzare, portare i nodi al pettine, togliere sicurezza e seminare disordine nelle relazioni, perse nel tempo vuoto.
Proprio per questo, solitamente, la vacanza viene riempita di tutto ciò che può tenerci in piedi: sicurezze, punti di riferimento, attività come se fossero lavoro.
Lo sanno bene gli operatori turistici, chi organizza i tour, le crociere, i viaggi organizzati.
Il cliente, il turista, non deve sentirsi perso nel tempo nuovo e diverso che ha, ma circondato di elementi che lo facciano sentire bene.
Familiarità, cibo, movimento, orari prefissati, accudimento e custodia.

Tutto questo, se il viaggio è fai-da-te, viene cercato e definito da soli e la cosa interessante è accorgersene.
L’hotel, la casa in affitto, la roulotte o il bungalow che si affittano diventano casa nel momento in cui li riempiamo dei nostri oggetti. La mensola in bagno, il comodino, l’armadio, la cucina.
Il custode del villaggio, chi sta nella reception della pensione, l’host dell’Aribnb, il cameriere del ristorante, sono i genitori che ci danno alloggio e ristoro e che si prendono cura di noi.
In vacanza, anzi, si ha la possibilità di essere serviti (e riveriti, direbbe mia nonna) e questo aumenta il piacere che lo stacco dà.
Questa estate sono stata nei Paesi Baltici, in un viaggio itinerante nelle tre capitali, ma anche nelle bellissime località costiere, isolane e contadine che questi Paesi offrono e sono stata benissimo.
Cibo ottimo, letti comodissimi, pulizia, ordine, tranquillità e quiete uniti a vivacità, movimento e sensazione di progresso.
Cosa si vuole di più da un luogo, da un paese?
Non abbiamo mai trovato degrado. Abbiamo incontrato povertà, soprattutto nelle periferie ex sovietiche dove è chiaro che non ci sono i soldi per riparare niente e le case sono tutte storte e consumate dal tempo, ma degrado mai.
Non abbiamo incontrato disagio, perlomeno apparente ai nostri occhi.
Ci sono molti venditori di fiori e di frutta che, evidentemente, chiedono la carità dell’acquisto per potere sopravvivere, ma lo fanno operosamente e dignitosamente.
I Paesi Baltici sono denominati tigri proprio per lo scatto di sviluppo che stanno vivendo (Pil in forte crescita e debito pubblico molto basso) e questa aria si respira quasi dappertutto.
I giovani, molto molto giovani, lavorano ovunque, con facilità e questo ti fa sentire circondato da impeti ed entusiasmi che galvanizzano.
I turisti sono trattati con moderazione, non con il calore che contraddistingue i popoli del Mediterraneo, ma è tutto organizzato in modo che funzioni, dai mezzi pubblici ai servizi di tutti i generi.
Insomma, nei quindici giorni in cui ho staccato, non solo ho potuto conoscere terre e popoli diversi, sono anche riuscita a prendere una boccata d’aria di educazione civica e di voglia di crescere che, in Italia, non stiamo più respirando da tempo.
Perché non provare a cambiare atteggiamento? Basta polemiche, lamenti, accuse, minacce e basta pensare solo a sé e ai propri interessi. Curare la cosa pubblica, contribuendo in modo personale nel rispetto di leggi rispettose fa stare bene, molto bene.
L’unica sera in cui non riuscivamo a prender sonno perché sotto casa c’erano persone che parlavano ad alta voce  pur essendo orario notturno, parlavano in italiano.

Perché non possiamo cambiare (e progredire) anche noi?

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No, grazie

C’è un fenomeno a cui sto assistendo in questi giorni che mi inquieta.
Si tratta delle reazioni, feroci ed agguerrite, contro chi manifesta a favore dei migranti.
Sui social e per la strada, chiunque dica: “Restiamo umani”, “Apriamo i porti”, “Salviamoli” riceve insulti al grido di: “Portateli a casa tua”.
Per riflettere su questo fatto, tanto diffuso e problematico da rendere necessario più di un pensiero, occorrerebbe incominciare ad impostare meglio la questione.
Come si direbbe in questo tempo: “Di che cosa stiamo parlando?”.
Del disagio accumulatosi per anni dei cittadini costretti a subire politiche di accoglienza basate sugli interessi di potere e di denaro anziché centrate sui bisogni delle persone, oggi esplose al grido di “E’ finita la pacchia” e “Prima gli italiani” o delle morti in mare?
Stiamo parlando della necessità di organizzare il fenomeno migrazione al fine di costruire una buona e giusta integrazione o del fastidio che ci danno persone nere e povere che bussano alla nostra porta?
La questione è “occorre aiutarli a casa loro” oppure “ci sono persone di serie A e persone di serie B che meritano meno delle altre di essere salvate se in pericolo di morte e, sostanzialmente, di vivere?
È importante capire quale è il problema perché ci permetterebbe di comunicare cosa pensa ognuno di noi di ciò che sta SOTTO la drammatica vicenda che stiamo vivendo.
Sì, perché non tutti gli abitanti dei luoghi più esposti e più invasi la pensano allo stesso modo. Non tutti gli italiani, “penalizzati” da disaccordi europei, hanno la stessa opinione.
Non tutte le persone che hanno bisogni economici e sociali ritengono che prima degli africani c’è qualcun altro da aiutare.
Come dire, siamo TUTTI nella stessa barca (e la metafora grida vendetta), ma non tutti gridiamo “E’ finita la pacchia” o “Prima gli italiani”.
Perché?
Forse perché dipende dal concetto, che ognuno di noi ha, di umanità.
C’è chi pensa che esistano uomini e uomini e che, a seconda del colore della pelle o della provenienza, o dello stato di benessere economico, o della religione, o del genere a questo punto, si valga di più o si valga di meno.
E c’è chi non pensa questo.
C’è chi pensa che per potere ottenere una migliore politica organizzativa europea a proposito di accoglienza, valga la pena gridare, picchiare il pugno sul tavolo, irrigidire le posizioni, chiudere i porti e non importa se ci sono persone che muoiono perché ne vale la pena.
E chi non lo pensa.
Dire a chi esprime un’opinione contraria alla chiusura dei porti “Prendili tu a casa tua” significa, io credo, essere dell’opinione che i migranti NON devono venire in Italia e NON devono essere accolti.
A prescindere.
Perché questo?
Perché non si dice la stessa cosa di chi migra, ma è cinese o svizzero?
Forse perché non è nero e non è povero?
Allora, danno fastidio le persone che chiedono aiuto senza darti niente in cambio (in termini economici), non sono tollerate le persone che appaiono inferiori ancora oggi, per il colore della pelle e per i tratti somatici e non si vuole vicino a sé, come da sempre, chi non ha soldi e ne chiede.
Diciamoci questo.
Poniamo la questione apertamente in questi termini.
Perché chi crede che queste persone siano uguali a noi in termini di diritti, considerandole il prossimo tuo come sé stesso si sta esprimendo con gentilezza e con pudore, mentre chi accetta che muoiano come se non fossero uomini, donne e bambini al pari delle proprie sorelle, dei propri genitori e dei propri figli gridano e insultano?
Forse, è sempre stato così?
Che chi, evidentemente, esprime pensieri negativi e ingiusti, ha bisogno di gridare?
Forse, così come considerano loro, i migranti, esseri inferiori, pensano che lo siano anche le persone che non hanno la loro stessa opinione?
Voglio esprimere il mio: NO, GRAZIE.
Io NON voglio che ci siano morti per convincere l’Europa, io NON credo che valgano meno dei nostri parenti, io NON penso che ci debbano essere frontiere che uccidono e NON ritengo che qualcuno possa avere il diritto di non soccorrere.
No, grazie.
Senza pensare che l’opinione contraria abbia diritto di essere taciuta o soffocata.
Voglio capire, ascoltare, ma mettendo alla base alcuni principi irrinunciabili.
 
Salvare chi è in pericolo.
Permettere a tutti di cambiare in meglio la propria vita.
Credere che tutti gli uomini e le donne di questa terra abbiano gli stessi diritti.
Ritenere che il valore delle persone non dipenda da quanto denaro possiedono.
 
Confrontiamoci su questo.

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Rondini

Sono le rondini la prima cosa che ho pensato potesse rappresentare mio papà, che non c’era più.
Fino a quel momento era morto e basta, piangevo e basta, ero inconsolabile e basta.
Poi, un giorno, uscendo di casa, due rondinelle mi hanno sfiorato planando su di me e volando via.
Ecco, “Forse sei tu” mi sono detta e, per la prima volta, ti ho sentito ancora vivo.
È il locus, dicono gli esperti, il luogo dove devi mettere chi scompare, per potere elaborare la sua mancanza.
Non è più fuori, a poco a poco deve diventare dentro, ma un fuori è necessario, è la tomba sulla quale piangere, ma anche la vita che si reincarna, per continuare.
Qualche giorno dopo, ho visto mio papà in un bimbo che si chiamava come lui e che, con il suo sguardo intenso, mi osservava.
Ma non vediamo chi non c’è più ovunque, in qualsiasi luogo, indistintamente. Quella persona lì è nei luoghi cari a quella persona lì, ognuno ha i suoi luoghi cari e, anche in vita, è in quei luoghi cari.
Mio papà era (ed è) nella natura, nelle montagne nelle quali lo vedono i miei fratelli, nell’oceano nel quale lo vedo io.
È negli occhi dei bambini, quando sono seri o quando ridono e sembrano grandi. È nelle loro espressioni divertite e curiose, quando si scherza, come faceva sempre lui.
Questa è la consolazione.
C’è angoscia nel rimanere soli, certo restiamo tra coetanei, ma non sempre basta.
Un pezzo profondo deve essere ripescato, deve rimanere, non possiamo fare a meno di lui, di questa radice che affonda, nella Terra, e che non si vede, non si vede più, ma se non c’è caschiamo.
Questa Radice oggi non la vedo solo nel suo significato di Storia, la vedo anche nel suo Significato di sostegno, di linfa, di collegamento con il profondo.
Io sono i miei rami, la mia corteccia, le mie foglie, ma sono anche la mia Radice e non sono solo io ad esserlo.
La mia radice è tutto ciò da cui provengo e verso dove io stessa andrò.
Noi siamo alberi collettivi, piantati nella stessa Terra, che guardano lo stesso Cielo.
È solo questo pensiero che mi toglie la paura, insopportabile, di rimanere sola, nel vuoto, mentre vi guardo partire.

Voi, rondini, che anche quando non vi vedo più so che ad ogni primavera ritornerete da me.

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Auguri papà

Non ci sei più da un anno, o meglio, un anno fa ti portavo l’ultima torta, piccola, carina, con scritto “I love papà”.
Oggi, sicuramente, sei più felice, io meno, ma ti ho nel cuore.
Ci ho messo tanto, non ho finito, a spostarti dal fuori al dentro.
Per me sei ancora in viaggio, io sono in viaggio.
Papà, viaggiare ti piaceva molto, ti piaceva andare in giro, curiosare, guardare, leggere, capire, parlare con la gente.
Ti immagino così, ora.
Ti immagino che vai in giro, che curiosi, che guardi, che leggi, che capisci, che parli con la gente.
Mi manchi immensamente, so che, per quello che puoi, ci aiuti.
Mi sento un puntino piccolo, tra i milioni di puntini piccoli a cui è morta una persona cara.
Ogni dolore è immenso, ogni pianto inconsolabile e questo mi meraviglia.
Mi meraviglia quanto ogni piccola storia sia grande come l’Universo, ma è proprio questo Universo che ci può aiutare a starci dentro, a diventare più grandi del nostro dolore.
Ciao papà, di tutto questo avrei parlato con te.
Oggi, di tutto questo parlo con te.

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Magica Fletcher

Magica, magica Fletcher. La adoro.
È un punto di riferimento femminile che non ha epoca, profondamente occidentale, divinamente eterna.
Classe 1925, dico 1925, Angela Lansbury ha proposto il personaggio di Jessica Fletcher (nata Jessica Beatrice MacGill), insegnante di inglese e scrittrice di successo, dal 1984 al 1996, nella serie “La signora in giallo”.
Jessica B. Fletcher viene descritta come “intuitiva, ironica, profonda conoscitrice dell’animo umano, capace di mantenere la calma nelle situazioni più disperate, perspicace, con grande capacità di osservazione”, ma, per me, è soprattutto una donna che, pur circondata da mille persone che la amano, sa stare da sola.
Indipendente, ma assolutamente sentimentale, del suo non avere avuto figli dice, in uno dei 264 episodi  della serie, che “lei e il marito non hanno avuto la fortuna di ricevere questa benedizione”.
Non nega le sue debolezze, ammette i rimorsi e i rimpianti, proprio perché ha il grande coraggio di chi non ha paura di sé.
Lo so, è un’invenzione cinematografica, ma io la guardo, l’ascolto e penso che vorrei essere come lei.
La sua figura rappresenta il modello di chi avrei voluto avere come guida negli anni acerbi e fragili della mia adolescenza.
Lei è la donna con cui lavorerei, con cui viaggerei, con cui cenerei, con cui discuterei di tutte le cose della vita.
È la nonna, la madre, la zia del mio immaginario.
È la persona che augurerei al fianco di tutte le donne del mondo per aiutarle ad avere consapevolezza di sé e capacità di riconoscere cosa si vuole e dove si vuole andare.
Ma, soprattutto, cosa a cui non bisogna credere.
Insomma, sono innamorata della Signora in giallo, lo confesso, e sogno di essere da lei adottata.
Magica, magica Fletcher.

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La forma dell’acqua

Non bisogna capire questo film, bisogna crederci.
Bisogna credere che i cattivi perdano, che gli innamorati non si debbano dividere, che gli amici ti possano proteggere e sostenere nelle imprese impossibili e che la sorte del mondo sia nelle mani dei più umili.
Bisogna credere che un bagno si possa riempire d’acqua come se fosse una piscina, bisogna credere ai miracoli, bisogna credere alle rivoluzioni, bisogna credere alle favole.
Cercare di capirlo significa entrare nei mille simboli presenti che lo rendono molto più ermetico di quanto possa sembrare, camuffato com’è di immagini che lo fanno assomigliare ad un cartone animato e, invece, è la Cabala.
Le uova, il sangue, le dita di una mano, la sveglia, il telefono, il corridoio, i gatti, il sale, le cicatrici, la gelatina verde, la danza, le torte, la notte, il canale, l’acqua.
Alla fine lo analizzi, ma mentre sei dentro nuoti e basta, sommerso dalle immagini e dalla straordinaria recitazione di Sally Hawkins, che, leggiadra, attraversa la trama come se fosse un sogno.
La forma dell’acqua è un viaggio attraverso il sentimento, è un’opera imperfetta nella quale tuffarsi per farsi portare via, verso il mare, è un film sulla libertà di essere e di amare chi vogliamo.
La forma dell’acqua è un film proprio sulla possibilità di trasformare e di trasformarsi, a patto che si permetta alle nostre cicatrici di venire curate (e guarite) da chi ci ama.

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Fare i conti

Fare i conti con le proprie debolezze è tremendo. Se li si fa davvero.
Se si è sinceri, se si lasciano parlare tutte le emozioni che pulsano sotto, se ci si accorge delle invidie, delle gelosie, delle rabbie, dei fastidi che si provano, se si lascia uscire tutto ciò e si sente al contempo consapevolezza, è terribile.
Il fatto di rendersene conto rende tutto difficile e doloroso perché la frustrazione è doppia, la mortificazione doppia, il disagio doppio.
Io sono tutte quelle cose brutte e, contemporaneamente, so di esserlo.
Ci si abbatte, ci si scoraggia, si diventa come se tutto fosse quella cosa orribile che provo dentro di me.
Non vorrei, ma sono così.
Nessuno mi amerà più, a partire da me.
Sono, però, sicura, che sia il solo modo per venirne fuori.
Se io so che sono così, se io me ne accorgo, se tocco con mano e vedo cosa mi succede, io sono già altro da ciò che mi succede, io sono già fuori da ciò che mi succede.
La me che vede ciò che è scomodo, doloroso, non bello, si strugge, si dispera, si vergogna, si delude, ma è quella me che può decidere, quindi, di essere altro.
Se capisco che sono io, solo io e non altri a determinare il mio stato d’animo, posso essere io, solo io, e non altri, a cambiarlo.
Oggi, in più, ho capito che l’obiettivo non è, però, “diventare capaci di non essere più ciò che non ci piace”, giurandoci che “la prossima volta non succederà”.
Succederà ancora, una, dieci, cento, mille altre volte.
Quello che possiamo fare è imparare ad uscire ed entrare in continuazione dalle aree di noi che meno ci soddisfano, perdonandoci e accettandolo con benevolenza e tenerezza.
Così da sapere perdonare e accettare con benevolenza e tenerezza anche gli altri.

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I disegni sui vetri

Un giorno di tanti anni fa, mentre mi raccontava della sua infanzia con un entusiasmo, mia mamma mi parlò di una cosa bellissima che faceva quando era inverno.
Nella registrazione che ero riuscita a realizzare, ho trovato le sue parole: “… mi ricordo della neve che veniva grossissima” diceva “… e poi mi ricordo dei vetri, che c’erano tutti come dei vetri come se fossero dei grandi disegni… c’era il gelo e sai che sui vetri, noi dentro, col nostro respiro li facevamo appannare e si vedeva dei bei disegni che io mi ricordo che una volta ho preso uno spunto e a scuola ho fatto questa greca perché erano così belli che dai vetri vedevo queste cose di natura fatte così… “.
Le attività del tempo libero di quell’infanzia non potevano fare riferimento non solo a quella che oggi chiamiamo tecnologia, ma nemmeno alla quantità di giocattoli, giochi da tavolo, libri per l’infanzia e giornali che divenne il patrimonio a disposizione durante il successivo florido periodo degli anni Sessanta.
I bambini non avevano che la propria fantasia, gli oggetti della vita quotidiana e la natura.
Sarebbe facile considerare quel periodo migliore e questo, invece congestionato da stimoli plurimi, tecnologici, appunto, e confusi, un peggioramento della qualità della vita, ma sicuramente occorre riflettere sulle conseguenze che ha questo cambiamento sulla crescita dell’uomo.
Occorre approfondire quali sono le differenze tra crescere in un modo e crescere in un altro, anche alla luce del fatto che la natura dell’uomo, nel suo corpo e nel suo spirito, invece, non credo si sia modificata così tanto.
Le sue caratteristiche più profonde, i suoi bisogni, le sue aspirazioni non possono essere cambiate quanto lo sono le condizioni in cui viviamo.
Certo, le due cose si condizionano a vicenda, ma, sicuramente, viaggiano a due velocità.
I bambini piccoli, anche oggi, nel gioco, preferiscono il materiale spontaneo che li circonda e che arriva dalle pratiche di tutti i giorni del resto della famiglia. Un po’ perché condiviso (e non è poco) e un po’ perché più capace di essere manipolato.
Un cucchiaio, una corda, il coperchio di una pentola oppure un mazzo di chiavi sono interessanti, ai loro occhi, proprio perché con questi oggetti da esplorare, possono fare quello che vogliono.
Possiamo fare quello che vogliamo anche con uno smartphone?
Forse possiamo fare quello che vogliamo sui binari che quello strumento ci indica, ma molta meno in libertà di quanto si possa credere.
Ci guidano le immagini, c’è una interazione, ci affascina la velocità, insomma, non siamo soli nel governare quel gioco e, per questo ci piace, ma il rischio è che tutto si fermi lì.
L’immaginazione, da sempre si sa, è il motore per creare il mondo, apre all’infinito e lascia completamente liberi di andare dove ci pare e nei giochi interattivi sul tablet non mi sembra che questo accada.
Si va dove il meccanismo ci porta.
Sono la prima a sperare che in qualsiasi attività umana l’uomo possa rimanere uomo e che il suo apporto riesca a governare ciò che accade, ma temo si stia sottovalutando il pericolo richiamato da Galimberti (1999) del predominio della tecnica che, da strumento a nostra disposizione, diventa ambiente che ci circonda e che ci costituisce.
“La tecnica –  lui dice – è il luogo della razionalità assoluta, in cui non c’è spazio per le passioni o le pulsioni,  è quindi il luogo specifico in cui la funzionalità e l’organizzazione guidano l’azione”.
“La tecnica – prosegue – non tende ad uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela verità, funziona e basta”.

L’argomento non è nuovo, il dibattito nemmeno ed è interessante.
Io lo ripropongo solo perché non si perda occasione di cercare di comprendere verso dove stiamo andando.

A meno che ci basti la voce del navigatore che, ad ogni nostro errore, ricalcola il percorso da fare senza prendere in considerazione l’ipotesi che noi si abbia cambiato idea.

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