Rio 2016

Ci sono eventi che scatenano, negli individui di genere maschile, fenomeni di dipendenza, catalessi ed ipnosi appena prendono vita.
Sono gli eventi sportivi.
Lo sport trasforma un uomo parlante e in movimento in un arredo muto e immobile nello spazio di un secondo.
Le Olimpiadi, in questo caso, hanno paralizzato alla sedia mio marito senza più possibilità di averlo ancora con me.
Io penso: va beh, non è calcio, non è basket, ma mi dimentico, mi dimentico che è sport e, in quanto tale, possiede quel potere.
Il resto del mondo si ferma, figuriamoci gli esseri femminili che, casualmente, vagano loro intorno.
Stop, non ci siamo più.
Allora?
Approfittiamone per immergerci anche noi in passioni e passatempi, no?
Pur forzandomi, però, non riesco proprio a dedicarmi a qualsiasi altra cosa con la stessa intensità e dedizione.
Forse, perché ho bisogno di più cose insieme e se mi soffermo per troppo tempo su di una sento il resto dell’Universo che mi chiama.
Forse, perché qualsiasi attività alla quale mi dedico si ferma se qualcuno mi cerca.
Forse, perché non riesco a restare inchiodata davanti ad uno schermo se non per un film, ma dura due ore e poi mi sveglio dall’incantesimo.
Per mio marito, il bacio del Principe o della Principessa non sarebbero sufficienti, non se ne accorgerebbe.
L’attrazione per le competizioni sportive, per gli uomini, supera di gran lunga quella per l’altro sesso.
Durante la pubblicità si rifocilla velocemente, senza parlare.
Tra una gara e l’altra va in bagno oppure guarda nel vuoto.
Rimane, per me, un fenomeno incomprensibile che appartiene alla categoria dei misteri.
 
Non mi resta che accettarlo, mentre lo osservo e scrivo.
Ecco, riusciamo ad interessarci a loro anche quando non c’è nessuna speranza che si ricordino della nostra esistenza.
 
E se il mistero, a questo punto, fossimo noi?

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Per un pugno di dollari

Non per dollari.
Solo per un pugno.
La notizia del picchiatore seriale che a Milano ha menato selvaggiamente dieci persone dopo avere loro chiesto un’informazione mi ha lasciato scioccata.
Ieri l’hanno preso, dopo la decima aggressione.
Così, senza batter ciglio, l’ha fatto e poi rifatto e poi rifatto ancora.
Chissà pensando a cosa, nel frattempo.
Me lo immagino che premedita, che programma, ma me lo immagino matto, ovviamente.
E , invece, probabilmente non lo è.
O, comunque, non lo è per una sindrome solo individuale, lo è almeno come lo sono le decine di persone che, in America, hanno giocato a quello che viene chiamato knockout game, “il folle gioco di chi si diverte a stendere i passanti a pugni”.
Cosa?
Sì, il folle gioco di chi si diverte a stendere i passanti a pugni.
La polizia dice che “non è un caso chiuso” e che “stanno cercando di capire cosa possa esserci dietro”.
Sempre che dietro ci sia qualcosa, anche se è quello che speriamo perché vorrebbe dire che c’è un
senso.
Ma, forse, un senso non ce l’ha.
Viene facile l’associazione ai video giochi, ovvero a quell’attività di gioco in cui ciò che fai si avvicina molto alla realtà, ma rimane nel contesto del virtuale e quindi, apparentemente, non ha conseguenze.
Quell’attività di gioco in cui ammazzare, ferire, accoltellare, sparare, sgozzare, menare risulta ugualmente impegnativo, ma non necessita di responsabilità, nonostante ti faccia sentire soddisfatto come se lo avessi fatto per davvero.
Il problema, di “quell’attività di gioco”, è che, come per molte altre attività piacevoli, se la eserciti  per tante, tante, tante ore, specie nell’età che dovrebbe essere evolutiva, ti procura ciò che, tecnicamente, si chiama dipendenza.
E, si sa, la dipendenza, portando assuefazione, chiede, a poco a poco, di aumentare le dosi della sostanza.
I video giochi hanno un limite, come tutto ciò che è prodotto dall’uomo e, dopo averlo raggiunto, ipotizzo io, solo ipotizzo, certo, occorre ritornare alla realtà.
Alla realtà che è certamente molto, molto più divertente e ricca e viva di un giochino a video.
Beh, quella realtà è la realtà in cui si è calato Nicolas Orlano Lecumberri.
Gli altri non sono, a quel punto, esseri umani nei quali ti identifichi attraverso l’empatia (ah, questa sconosciuta), ma immagini da colpire.

Immagini come quelle dei Pokemon che, e questo è l’ormai indubbio segnale che sono vecchia, vedo mischiarsi a quelle degli umani come se appartenessero allo stesso mondo e mi fa impressione.

Mia nipote (che di anni ne ha diciotto) mi ha detto sorridendo che un po’ le fa paura questa cosa dei Pokemon e io credo che una certa inquietudine sia proprio naturale.

Ma, soprattutto, e se io, su Pikachu mi ci sedessi sopra senza saperlo?
Cosa potrebbe succedermi?

 

 

 

 

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Letizia Leviti

Ciao Letizia.
Non ti ho conosciuto, non ricordo il tuo volto, che appare nelle immagini dei servizi di Sky, non avevo mai sentito parlare di te.
Ieri sera, però, ho sentito parlare te.
Con voce debole e malata, hai lasciato un messaggio ai tuoi colleghi, e a tutti noi, che ho trovato sul sito di Repubblica.
Eri una inviata di guerra, il tuo bellissimo volto spicca sugli sfondi drammatici del mondo.
Si dice che eri brava e gentile e sensibile nel dare le notizie e nel messaggio audio che ho ascoltato, sei stata brava e gentile e sensibile anche nel dare la notizia della tua imminente morte, per malattia.
Il tuo è un messaggio di cui fare tesoro, perché non capita tutti i giorni che chi sta per lasciarci riesca ad avere il coraggio, la lucidità e la vitalità di parlare così.
Con così appassionato interesse per chi resta.
Con così infinito amore per chi resta.

Grazie Letizia Leviti, quarantacinque anni, ormai non più sulla Terra, quindi eterna.

http://video.repubblica.it/cronaca/e-morta-letizia-leviti-giornalista-di-sky-tg24-il-suo-ultimo-saluto-alla-redazione/247336/247450

 

 

 

 

 

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Restiamo umani

I macro eventi esterni, specie se drammatici, condizionano molto ciò che siamo, internamente.
Le stragi, gli attentati, i grossi incidenti, i delitti, anche se non ci toccano direttamente, provocano scosse e sussulti dentro di noi più di quanto possiamo immaginare.
Ci coinvolgono, senza permetterci di metterci mano, senza darci la possibilità di fare qualcosa direttamente.
Per empatia, sentiamo ciò che può essere accaduto ad altri, lo immaginiamo, ne soffriamo, lo viviamo come possibile anche per noi e questi sentimenti ci modificano.
Modificano la nostra stabilità.
Si tenta, e molti ci riescono, di non venire coinvolti emotivamente, ma l’operazione del cinismo è altamente a rischio.
E’ debole, ci dà apparente forza, ma ci toglie la lucidità e la possibilità profonda di partecipare al mondo.
Allora, sentire, compatire, soffrire e struggerci a distanza ci è quasi inevitabile, nella maggior parte dei casi e questo, come già detto, ci cambia.
E se non c’è la possibilità di consolare, di trattare, di intervenire, ci cambia in peggio.
Ci toglie energie, ci destabilizza, ci dà insicurezza senza che ce ne possiamo realmente rendere conto.
La vita continua, ma più stanca, più incerta.

In ogni viva e vitale comunità, gli eventi negativi sono sempre stati affrontati, per poterli superare ricavandone capacità di crescita, in due modi.
Il primo è semplice: stando insieme.
Non ognuno per conto suo, nella sua casa, nella sua famiglia, in sé, ma insieme.
Insieme, un evento tragico è uno, divisi diventa cento, mille, un milione.
Il secondo modo è: manifestando ciò che si prova.
Tirando fuori lo sconcerto, comunicando la preoccupazione, scambiando parole di conforto, domandando, rispondendo, esprimendo.

In questi giorni, vedo che questo, timidamente, accade. Lo vedo in qualche piccolo segno collettivo, come nella contenuta manifestazione indetta dall’Amministrazione Comunale della mia città o nel minuto di silenzio durante il concerto di canti alpini ieri sera in piazza.
Come nelle dichiarazioni dei capi di stato o nelle immagini delle persone che portano fiori dove c’è stata morte.
Ma sento tutto questo estremamente povero e infinitamente insufficiente.
Quando avviene, non siamo tutti e non siamo insieme.
Quando avviene, la maggior parte di volte, non partecipiamo direttamente, ma assistiamo.
Quando avviene, non diciamo la nostra, ascoltiamo quella di qualcun altro, nemmeno troppo vicino a noi.
L’insistenza con la quale i mezzi di comunicazione ci danno i nomi e i volti e le storie di chi muore ingiustamente, innocente, per atto vile e incomprensibile, ci serve per pensare a ciascuno di loro, per onorare ciascuno di loro o risponde al bisogno di incollare al video e ai giornali chi questi prodotti deve comprare?
Possiamo, nella nostra semplice e definita mente, nel nostro limitato cuore, fare entrare tutte quelle persone, con tutte le loro storie, con tutte le loro infinite e indefinite per noi caratteristiche?
No, non possiamo.
E se lo facciamo, poco dopo dobbiamo togliercelo dalla testa perché impossibile da tenere.
Diventa una cosa che passa via, che scorre, che intercettiamo per un attimo per abbandonarla appena si può.
Allora, non so.
Non so cosa si può fare, non tanto per impedire gli eventi tragici e misteriosi di questa vicenda umana, non so cosa si può fare per affrontarli, nel migliore dei modi. Oggi.
Perché si cerchi un senso, un significato, perché ci si sostenga nella fiducia comunque nella vita, perché i più piccoli imparino a non avere paura. Oggi.
Non so.
Ritrovare riti comuni, cercare parole comprensibili e condivise, riscoprire gesti utili a superare, insieme, i colpi presi. Oggi.

Per restare umani, diceva Vittorio Arrigoni.
Ecco, vorrei capire cosa possiamo fare, per restare umani.

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Cinquanta sfumature

Compiere cinquant’anni può rivelarsi drammatico o stimolante.
Nel mio piccolo panorama di conoscenze personali stravince la prima delle due sorti.
Io appartengo alla categoria degli entusiasti, ma ho la vaga sensazione che, in uno dei prossimi compleanni, toccherà anche a me deprimermi.
Questo per dire che il vero problema non è compierli. Non è varcare la soglia, superare il confine.
La difficoltà reale è tutto ciò che arriva DOPO i cinquanta.
La mia adrenalina si è esaurita in un tempo abbastanza breve, crollando insieme al resto degli ormoni.
Qualsiasi cosa io faccia, sono accompagnata da una serie infinita di disturbi, presenti e ben descritti in migliaia di blog femminili, ma per me originalissimi.
Ho, in ordine, infiammato tutti i tendini disponibili dopo avere passato l’inverno al corso di danze popolari finalizzato a tenerli in forma e, su ordine dell’ortopedico, sto camminando in scarpe con tacchi dalle quali cado distorcendomi le caviglie.
Accendo l’aria condizionata per il troppo caldo, per poi coprirmi per i brividi che sento.
Il mio cuore parte, senza avvisarmi, in concerti di extrasistole che fanno da sottofondo a tutto quello che faccio durante le mie giornate.
Piango, mi scoraggio, sono felice e soddisfatta in archi di tempo che non superano i dieci minuti e in cicli continui puntuali come orologi.
Ho fame, ma anche nausea e, contemporaneamente, lo giuro, sonno e insonnia.
Ho stretto solidarietà con tutti gli adolescenti del mondo e mi piacerebbe istituire gemellaggi per perorare la loro causa e diffondere nel mondo la cultura del perdono causa tempesta ormonale.
Bisognerebbe potere non andare a scuola e godere del congedo lavorativo.
Noi e loro dovremmo potere dedicarci solo alle nostre piccole e intense rivoluzioni endocrinologiche.
Tutto quello che facciamo di male e di sbagliato dovrebbe essere perdonato, a prescindere.
Dovrebbero essere istituiti premi, licenze e medaglie al valore.
Forse anche lauree e cittadinanze onorarie.
Ciò che ci capita non lo può capire nessuno, nemmeno noi stessi quando sarà passato.
Allora, l’unica possibilità di salvezza è quella che il mondo ci creda, andando sulla fiducia.
Che il mondo ci coccoli e ci consoli.

Invece, diventiamo odiosi e basta.
Senza appelli.
Non degni di minima comprensione, solo brutti e cattivi.

Peccato, perché se ci guardo dal di fuori, provo solo simpatia e tenerezza.
O no?

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Grazie a te

Con due giorni di ritardo commemoro anch’io la partenza per altri luoghi di Bud Spencer.
I fatti di Istanbul hanno spento l’eco che aveva lasciato in me la notizia della sua morte, ma oggi lo voglio ricordare.
“Era il mio idolo” mi ha scritto in un sms mio fratello, “combatteva la prepotenza degli uomini” ha aggiunto.
Tenerezza.
Per lui e per mio fratello.
Tenerezza per un sentimento che si era acceso in molti bambini degli anni Sessanta.
Un uomo forte e buono, come vorremmo fossero tutti, tutti gli adulti che ci proteggono e ci guidano quando siamo piccoli.
Ma non un buono così, buono e basta.
Era un buono con intenzione. Un buono che agisce, che non si tira indietro davanti alle ingiustizie, che non ha paura, un buono che colpisce, in tutti i sensi.
Ecco, Bud Spencer rappresentava la possibilità che qualcuno potesse fermare chi, come ha detto mio fratello, era prepotente e violento.
Come tanti ci è capitato di incontrare, anche da bambini.
Qualcuno che risarcisse le mortificazioni che ognuno vive, mille volte, senza, poi, purtroppo o per fortuna, ricordarsele più.
Qualcuno che mettesse in ordine le cose, come vorremmo che fossero.
Senza troppe parole e talmente diretto da far finire tutto in una risata.
Bud Spencer era Bud Spencer anche nei film, era lui il personaggio.
Così credibile da farlo ricordare non come un attore, ma come qualcuno che, veramente, combatteva per difendere i deboli.
Come un eroe.
Pare che le sue ultime parole siano state “Grazie a tutti”.
Sì, direi proprio un eroe.

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La ciambella blu

Cinque bambini corrono verso il mare.
Sono zingari.
Il più grande avrà nove, dieci anni, poi, a seguire, gli altri quattro, fino al più piccolo che, nudo, cerca di stare al passo.
Si divertono, sono un gruppo.
Nella pineta dietro di noi, il pick up e l’ammasso di roba per vivere, con il papà sdraiato e la mamma accanto che chiacchiera con lui.
Il penultimo ha indosso un costume rotto, tenuto insieme da un nodo.
Si buttano nell’acqua, i più grandi, gli altri a poco a poco, rabbrividendo e trattenendo il fiato tanto da fare uscire le ossa dal magro costato.
Sulla spiaggia, lentamente, avanza una comitiva di tedeschi, cinque o sei adulti, e due bambine.
Le bambine, bionde, fanno rotolare una ciambella blu, enorme, che corre spinta dal vento.
Il salvagente sfugge alle due e rotola, rotola, prima timidamente, poi sempre più veloce, fino all’acqua.
Lì, si sdraia, soddisfatto e, a poco a poco, si allontana.
I tedeschi corrono, una di loro si spoglia, neanche troppo velocemente, e si butta in acqua.
La lentezza dell’operazione, in rapporto alla velocità del vento che soffia la ciambella al largo, è evidente.
Quando la donna lascia la riva, la ciambella è un puntino blu tra i flutti.
I cinque zingari, che hanno seguito tutta l’operazione urlando e sbracciandosi, si rassegnano delusi, mentre il resto del gruppo non si muove.
Le due bambine sono mute e condividono lo sconforto con i nomadi coetanei.
Ma, quando sembra che la scena sia conclusa, dal largo arriva un gommone a motore, lanciato, che raggiunge la riva.
Sul gommone, un bel giovane con barba e occhiali a specchio e vicino a lui la ciambella.
Cavolo, l’ha recuperata.
I tedeschi guardano senza parlare, ma, soprattutto, senza ringraziare e, dopo qualche attimo di spaesamento, il giovane getta il salvagente a riva, si gira e se ne va.
Così fanno i tedeschi, e si capisce che ordinano alle bambine di fare altrettanto.
Forse, le stanno punendo, forse la ciambella ha finito di essere loro quando i cinque bambini scuri hanno incominciato a farle festa.
La prendono, si occupano di lei, cercano di consegnarla alla grande famiglia bionda, ma si accorgono che a loro non interessa più perché, senza rispondere, si allontanano.
Evviva, è tutta loro.
Diventa un gran giocare e se la godono fino a quando non si buca e, come pelle morta, rimane tra le cassette e le coperte del loro accampamento.
Che storia, la ciambella, stamattina era quieta, addormentata all’emporio e guarda dov’è finita.
Ma, soprattutto, chi l’avrebbe detto.
Il destino, a volte, è dato dal vento, a volte lo decide l’uomo.
Ma sempre, sempre, scorre veloce e tutto continua a cambiare.
C’era una volta una ciambella blu che si svegliò tutta sgonfia e sola in mezzo ad una pineta dopo un violento temporale che aveva fatto scappare tutti al riparo.
E un bimbo la raccolse per poterla aggiustare.

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L’amore ai tempi dei voucher

Stamattina ho passeggiato facendo il mio solito slalom, divertita, curiosa e attenta, tra i diversi personaggi che popolano il centro della mia città la domenica mattina quando c’è bel tempo.
Mamme vestite da festa con bambini in tinta, fidanzati che fanno la seconda colazione insieme, signore in libera uscita, coppie anziane innamorate un giorno su sette.
Tutti felici.
Chi esce la domenica mattina quando c’è il sole e passeggia per la città è felice, altrimenti non sarebbe lì.
Tra le chiacchiere che ascoltavo, una mi ha divertito molto.
Una ragazza dice ad un ragazzo, mentre camminano veloci distinguendosi un po’ dagli altri: “Nooo, mica è un contratto che si rinnova… quello è un voucher e (lì sono morta dal ridere) i voucher sono bastardissimi!”.
I voucher bastardissimi è troppo simpatico.
Allora, andiamo per ordine: il contratto a tempo indeterminato non veniva nemmeno nominato.
Al suo posto, sul podio, c’era il “contratto che viene rinnovato” (ovviamente a tempo determinato) e, in alternativa malefica, il VOUCHER.
Il bastardissimo voucher.
La ragazza ha, poi, aggiunto: “Quello, giorno dopo giorno, non sai se arriva!”.
Ecco, a parte la simpatia, questo è il vissuto di cui dovremmo accorgerci, noi adulti, che hanno i giovani del lavoro.
Il posto fisso è un fossile, reperto archeologico di cui la maggior parte dei ragazzi ignora l’esistenza, anche letteraria.
Il contratto a tempo determinato, che si può o no rinnovare, la norma.
Il livello di precarietà che viene sentito e che mette agitazione, è quello giornaliero, non più mensile, o annuale.
Sotto quel livello, rimane solo l’attesa del proprio destino ora dopo ora, alla “Miglio verde” per intenderci.
Che ripercussioni può avere sulle nostre anime, questo pensiero relativo al lavoro?
Nei nativi digitali, che potremmo definire anche nativi precari, cosa comporterà questo rapporto temporale sugli altri ambiti della vita?
L’amore dura ancora per sempre, almeno nei pensieri e nelle fantasie dei giovani o è, al massimo, a tempo determinato?
L’amicizia appare ancora a prova di vita o dipende dalla carica del cellulare?
Dopo la scuola, c’è il futuro o la continuazione della vita che, giorno dopo giorno, i genitori pagano?
Io sarò vecchia quando queste persone saranno gli adulti che, secondo la tradizione, dovrebbero sostenere i figli e i genitori anziani.
Ma anche questo è un pensiero antico.
Forse la nostra aspettativa di vita passerà dagli attuali ottantuno/ottantaquattro anni alla mattina del giorno dopo, forse saremo in centinaia a contenderci i pochi uomini e le poche donne rimasti in forza.
Forse, la tecnologia ci avrà regalato modalità di autonomia oggi ancora sconosciute.
Forse, sopravvivranno i ricchi, forse chi saprà costruire buone relazioni.
Di sicuro, io sarò lì ancora ad ascoltare ancora questa straordinaria specie umana, che nel corso dei secoli è riuscita, sempre, contrariamente ad ogni previsione, a stupire qualsiasi aspettativa, nel bene e nel male.
E’ il fattore sorpresa che potremmo rivalutare: al tempo del posto fisso, gli amori sembravano eterni e invece erano solo da tenere nel segreto della propria casa.
Oggi, ai tempi dei voucher, possiamo sperare che l’amore lo si possa inventare ogni giorno e che, ogni giorno, senza dare niente per scontato, ce lo si debba guadagnare.
Bastardo sì, ma molto, molto responsabilizzante.

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Milano Bicocca Village

5 marzo 2016, Sabato sera.
Mi pare di ricordare che qualche tempo fa per il cinema si parlasse di rischio di fallimento e che la sua frequentazione fosse diminuita al punto da fare ricordare con nostalgia code e spintoni per entrare.
Il pericolo è scampato con la multisala.
Sabato sera, al Bicocca Village di Milano c’era talmente tanta gente da fare ricordare con nostalgia la platea fredda e deserta dei cinema in centro città all’inizio degli anni 2000.
Tutti giovani. Puzza di pop corn. Bagni sporchi come quelli degli autogrill a Ferragosto. Pavimenti appiccicosi da travasi di Coca Cola a tradimento. Serpentoni parlanti e senza fine che entrano sui titoli di testa e fanno il trenino tra le file. Trailers violenti a volume a palla che ti fanno dimenticare il titolo che hai scelto.
Caldo uterino.
Poltrone talmente comode che se arrivi da una cena ti addormenti prima dell’inizio del film.
Promessa di non ritornarvi mai più durante l’weekend.
Ansia della coda per i biglietti con il conto alla rovescia dei posti sullo schermo che ti fa venire la paura che sia l’ultimo giorno di vita sulla Terra.
Dopo avere abbandonato la nave che colava a picco degli ultimi undici posti di Revenant, abbiamo scelto il rilassato bus delle duecento trentatré poltrone libere di Tiramisù e siamo entrati nel tunnel.
Marito addormentato sulla sinistra e nipote occhialuta sulla destra.
Inizio del film d’esordio di Fabio De Luigi, glorioso protagonista del capolavoro televisivo incompreso che è stato Love Bug’s.
Recensione:

“Fin dal principio, capisci che il faccione che appare in primo piano sullo schermo non ti farà ridere.
Realizzi subito, istintivamente, che questa volta no, Fabio De Luigi, non ti farà ridere.
La scena è lunga, inutile, difficile da capire.
E, soprattutto, parla subito del tiramisù, introducendo addirittura la sua ricetta.
Come dire, ti svelo subito tutto quello che avrei potuto farti intuire, restando nel mondo del simbolico.
Ti dico subito che il tiramisù a cui alludo è proprio il tiramisù.
Anche la faccia del cuoco che cucina non è simpatica e il film inizia male.
Vittoria Puccini è sì lieve e deliziosa come nelle anticipazioni, ma c’entra con Fabio De Luigi come Olivia di Braccio di Ferro con Rhett Butler di Via col Vento.
Due mondi, due corpi, due anime separate dal film.
Gli amici, i parenti annessi, tutti gli altri, ognuno per conto proprio con la propria bozza di personaggio a cui, negli appunti dello sceneggiatore, fanno riferimento.
Le location, italiane, sconosciute agli italiani in platea.
Ogni scena è una gag a parte che, però, non si chiude come se si cambiasse canale tra una e l’altra.
Persino Pippo Franco non sembra fare parte del cast, ma di un’altra opera che interferisce per un errore di frequenza.
E lui, Fabio, è un eroe o un coglione?
Per lui, devi provare comprensione o sperare nel suo fallimento?
E, dopo avere rinunciato a ridere (a parte nella esilarante scena del defibrillatore) cosa ti deve fare pensare questo film?
Che diventare cinici e bastardi non conviene?
Che se ritrovi la rotta perduta puoi ritornare a vivere ricco e felice in riva al lago come se niente fosse accaduto?
Che se ti redimi anche gli spermatozoi accelerano la loro corsa?
Non so cosa ti fa pensare, ma so che “provaci ancora, Fabio”.
La tua corsa in bici, nuovo Forrest Gump de noantri, era noiosa come un vecchio documentario del terzo canale di una volta e la scena finale con il figliolo sul vasino orrenda come un film di Massimo Boldi.
Da capo.
Cancella, rifai da capo e vediamo cosa viene fuori.
Intanto, ti aspettiamo a casa, lontani dalla multisala maledetta, in attesa del prossimo tentativo.
Un’altra chance te la diamo perché sei tu”.

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Dall’io al noi nel micro e nel macro

Giovedì 10, venerdì 11 e sabato 12 marzo scorsi ho partecipato al Convegno organizzato da Animazione Sociale a Torino, dove ci siamo incontrati in ottocento intorno al tema “La Città del noi, per una politicità dei desideri nel lavoro sociale”.
Fermarsi a riflettere, ad ascoltare, ed incontrare altri intorno ad argomenti cari fa sentire nel mondo e fa sentire il mondo. Incapsulati ogni giorno nei nostri gironi, rischiamo di dimenticare i perché che sono alla base delle nostre scelte e, un po’, anche noi stessi, alla base di noi.
Mi ero iscritta senza scegliere il tema. Sarei andata comunque. Mi fido di Animazione Sociale, mi piace Torino, avevo molta voglia di un piccolo viaggio.
Il tema l’ho scoperto pian piano, ora dopo ora, e mi sono appassionata.
Dei due lavori in sottogruppo ho molto apprezzato il primo, in cui il metodo autobiografico è apparso come pratica tra le pratiche, dalle quali partire per il confronto.
Come passare “dall’io al noi” nel metodo autobiografico?
Sono emersi i seguenti ingredienti: l’ascolto paziente, l’approccio empatico, l’essere insieme in una occasione scelta, organizzata, intenzionale, insomma.
Scrivere una storia collettiva attraverso la storia di ciascuno.
A casa, proseguo la riflessione e mi viene in mente che questo “dall’io al noi” può essere applicato anche ad altre due categorie, oltre che alla città, ovviamente partendo proprio dal significato metaforico che il riferimento suggerisce.
Primo, lo posso applicare ad ogni microsistema, per esempio alla Casa di Riposo dove lavoro.
In quella Casa, come in ogni comunità, è molto, molto forte l’aspetto delle individualità. Ci vivono molte persone, ciascuna delle quali ha bisogni, motivazioni, pensieri, rappresentazioni, azioni, una storia.
E ciascuna persona è forte nel provare e nell’essere tutto ciò.
Se la mission di una comunità , però, è quella di vivere insieme, occorre per forza trovare la strada per scrivere una storia di tutti, una storia collettiva.
Per forza, se non si vuole creare un sistema malato, ovvero pieno di individualità che, implicitamente o esplicitamente, si scontrano ed incontrano in ogni momento, ma lo fanno solo a nome dell’io di ciascuno.
Stranamente, questo lavoro di scrittura, di definizione di una storia comune, a partire da quella di ciascuno, si coltiva molto poco.
Si scrivono progetti, regolamenti, carte di servizio, ma non proprio la storia, non proprio una fotografia di tutti. O, lo si fa senza consapevolezza. Senza intenzionalità.
Ecco che, allora, ci può venire incontro la narrazione autobiografica, che, condivisa, è proprio quella scrittura. La narrazione può avvenire attraverso la scrittura, ma anche la fotografia, l’arte visiva, la drammatizzazione, i viaggi e i loro diari, gli eventi e il loro racconto.
Ma, tutto, in un progetto, appunto, con intenzione.

Ecco, questo è il micro.
E, poi, c’é il macro.
Perché non applicare la teoria del “dall’io al noi” anche ad un macrosistema che più macro di così non si può e che si chiama mondo?
“Ho visto un posto che mi piace, si chiama mondo” canta Cesare Cremonini, la citazione non è colta, ma è appassionata.
E’ nel-mondo che viviamo e, mai come oggi, anziché alzare muri e difendersi con barriere, occorrerebbe pensarsi diversi da prima, ovvero insieme.
Lo stato sovrano non esiste più e, come dice Bauman, la società di oggi è liquida. Conviviamo già tra stranieri, e, forse, per andare avanti, oggi occorre uscire da questa categoria.
Abitiamo il mondo, lo abitiamo già, non siamo più divisi. Perché, allora, non costruire, a poco a poco, questa nuova storia?
La paura ci obbliga a difenderci e, spesso, è dettata dalla non conoscenza. Lo straniero è strano, prima di tutto. Allora, lavoriamo alla familiarità, che è fatta di incontri, chiacchiere, foto, eventi, scritture condivise. Affinché fra tanti anni si possa vivere in pace.
O meglio, affinché, fra tanti anni, si possa vivere ancora.

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